Dov’eri, tu, nel 1996? Riavvolgi il nastro, racconta la tua storia
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Nel 1996 vede la luce il primo numero di d, il nostro giornale. Sono passati trent’anni: vi chiediamo di accompagnarci in un viaggio nella memoria, di tornare a quel 1996 per raccontarci una storia. Dove eravate e con chi, per quale musica e libri vi batteva il cuore. Quali erano i vostri abiti e i vostri sogni. Soprattutto: che idea vi eravate fatti del futuro, e com’è andata a finire, poi? Scrivete a questo indirizzo email: d30@repubblica.it
Nel 1996 ho messo piede, per la prima volta nella mia vita in una redazione. Mi ero laureata in filosofia e ovviamente il mondo del lavoro non si era spalancato davanti a me con un grande ventaglio di possibilità e quindi avevo deciso di prendere una seconda laurea. Sì, ma quale? Avevano appena aperto un corso di laurea in giornalismo in un’università privata vicino casa. Bello, ho pensato. Scrivere mi piaceva moltissimo ma pensavo anche che il giornalismo fosse un mondo un po’ chiuso e io, famiglia di dirigenti statali, dove credevo di andare senza conoscere nessuno? Comunque mi iscrivo al test di ingresso e non spreco neanche un pomeriggio a prepararmi. Tanto, mi dico, non avevo grandi chance. Passo lo scritto. All’orale non mi preparo e penso che se è destino, me la sarei cavata. Vado e seguo gli esami prima di me. Fanno domande di attualità, cultura generale, ma anche di diritto. Panico, non so nulla. Una candidata mi passa un Bignami di diritto costituzionale. Lo apro a caso e leggo: i poteri del Presidente della Repubblica. Mi chiamano, ho un po’ paura. Mi parli dei poteri del Presidente della Repubblica. Li snocciolo. Passo l’orale. Arrivo seconda su 3000. Giocoforza, mi iscrivo. Seguo le lezioni. Faccio il primo esame. Il secondo. Prendo 30 e 30: studiare mi è sempre venuto bene. È quasi estate, sono pronta per le vacanze, e mi chiama il rettore dell’università: vuoi andare a fare uno stage in un quotidiano? Vado. Primo giorno. Arrivo alle 9. Non c’è nessuno. Poi iniziano ad arrivare e io mi sento a disagio. Chi sei? La stagista della Lumsa. Ahhh. Tieni, fai due fotocopie. Faccio fotocopie per tutta la prima settimana. La seconda, mi chiedono di scrivere una breve su un incidente stradale. Poi di andare a una festa in discoteca e raccontare chi c’era. Poi di intervistare gli studenti di un liceo occupato. Quindi di farmi venire delle idee. La seconda settimana ho una scrivania, un telefono e un computer. Il caporedattore mi chiama “Ehi, tu” per almeno i primi tre mesi. Scopre che il mio nome è Susanna soltanto dopo, quando mi affida una rubrica fissa sulle buche delle strade di Roma. E una sulle feste in discoteca. Di giorno vago per la città a cercare buche. Di notte ballo. La chiamano cronaca rosa e dicono che ai giovani piace farla. Sì, ma io sono laureata in filosofia e vorrei scrivere di altro. Tipo? Cultura, cinema, moda. Ok allora vieni in attualità. Passo alla cronaca nera. Poi alla giudiziaria. Poi agli interni. È stato un anno che ne è durati 7. Come la vita dei cani. Ho scritto di scippi e gossip, di mostre e prime di film, di Aids (erano quegli anni lì) e casi eclatanti, ho preso una querela e bucato due volte le gomme del motorino. L’anno successivo ho preso il tesserino da giornalista. Il 1996 rimarrà sempre l’anno in cui da “Ehi, tu” sono diventata Susanna Macchia, giornalista.






