Stamattina sono stanca. Se non lo fossi, mi sarei resa conto del suo umore nero e inavvicinabile. Io gli ho chiesto Come stai e lui ha risposto Spiove ancora, non è incredibile?

Ho pensato che fosse un gioco e ho riso e sono tornata a poggiare gli occhi sui miei manuali, che non sono mai stati coinvolgenti quanto la narrativa, che lui scrive e soprattutto legge, ma che nei primi anni del nostro legame sono stati i soli a permetterci di non mangiare male e di andare in vacanza una settimana all’anno. Andare altrove, perché lui tanto fa dovunque la stessa cosa. Scrive. Legge.

Così ho sorriso imbambolata da una “ s ” di troppo, spiove, senza pensare che se fossi sola certe domeniche passerebbero più in fretta di questa e la sera sarei spensierata come un cielo di giugno. Terso e senza nuvole. Invece, l’ho guardato tentando di condizionare l’aria con piccoli gesti interrotti, principiare una frase, domandare di un quiz a premi o del TG, la cui stupidità mi infastidisce ma almeno spezza la monotonia di lui che siede come un samurai giapponese senza ingaggio e guarda la strada. La strada sulla quale affacciamo è il viale alberato di un quartiere elegante. Stare alla finestra non è diverso dal guardare attraverso due specchi posti uno di fronte all’altro. Finestre albertiane senza tende che si rincorrono e si ripetono indefinitamente. Non c’è niente alla finestra eppure, quando sono arrivata per un caffè, Ludo era già lì. Mi è sembrato di entrare in un’altra vita, quando l’unica finestra dava su una strada stretta per qualsiasi intimità e infatti ci conoscevamo tutti e le tende funzionavano come sottili tramezzi e la stanza in affitto era tutta per noi nel senso che non c’era spazio per nessun altro.