Papà l’avevo trovato io. Si stava allacciando la seconda scarpa, piegato in avanti sulla sedia. Di solito mi svegliava lui la mattina. Vivevamo sul Lungotevere davanti al Ponte Sublicio. Lui lavorava al mattatoio e mi accompagnava a scuola a piedi dai preti a Piazza di Santa Maria Liberatrice. Mi lasciava lì poi continuava. Avevamo tre stanze. Nella matrimoniale ci dormiva mia madre con tre sorelle. Nella stanza di mezzo c’ero io con mia sorella più piccola, in una poltrona di finta pelle che di notte si apriva e si allungava fino a diventare un letto singolo. Dormivamo testa piedi e i suoi puzzavano. Con la scusa che non c’era l’acqua calda nessuno voleva mai lavarsi. Probabilmente puzzavano anche i miei ma la mia puzza mi dava meno fastidio della sua. Nella stanza in fondo al corridoio c’era mio padre, l’unico che aveva il diritto di dormire da solo.

Dalla porta sembrava che dormisse seduto e siccome non mi rispondeva avevo chiamato mia madre. Si era solo affacciata, neanche avvicinata di un passo e aveva lanciato un urlo feroce. Non capivo perché. Avevo tredici anni, ma non sapevo niente del mondo. Giocavo con i soldatini con una fortezza del Far West che ci aveva regalato un regista quando era venuto nel quartiere a cercare degli attori per un film. Aveva portato giocattoli a tutti i bambini di Testaccio e io avevo beccato la fortezza con i cowboy e gli indiani ed era un regalo talmente bello che ci giocavo poco e sempre in solitudine.