1. L’interregno

Quando ho accettato di scrivere per questo numero di K a tema “ casa ” non sapevo che al momento di mettermi a scrivere – adesso, agosto 2023 – sarei stato senza casa, non avrei abitato da nessuna parte. E però è andata così: le mie cose a Berlino, dove ho vissuto per quattordici anni, sono imballate in uno di quegli alveari di piccoli magazzini poco lontano dal Ringbahn, la tangenziale, in attesa di essere traslocate a Milano. Molte di quelle cose hanno fatto il viaggio in senso inverso nel 2018; alcune di esse, quattro anni prima, avevano già compiuto un ritorno da Berlino, attese non da un self-storage ma dalla cantina del bar di un’amica, perché ero più povero. Una percentuale pure inferiore – i libri, certo, ma poco più: una poltrona di famiglia, certi soprammobili, vestiti che ora mi imbarazzano – mi aveva accompagnato già nel mio primo trasferimento da Milano a Prenzlauer Berg, nell’estate del 2009. Sono un uomo capriccioso, oppure irrequieto, oppure intrappolato nella coazione a ripetere. Una cosa non esclude l’altra.

All’imbarazzo della volubilità se ne aggiunge un altro. Quando ho accettato di scrivere per questo numero di K a tema “ casa ” contavo che il mio testo fosse in qualche modo collegato al mio nuovo libro, che sarebbe uscito poco dopo la scadenza per la consegna, a inizio settembre. Il libro, intitolato La chiave di Berlino, è un saggio narrativo che racconta la storia recente della città attraverso gli anni in cui ci ho vissuto, e uno dei temi che lo percorrono è proprio un tentativo di mettere a fuoco cosa significa sentirsi a casa in un luogo. Alla fine sento di esserci riuscito. Due mesi esatti dopo aver dato il “ si stampi ” ho deciso di andarmene.