Siamo di nuovo in emergenza. Succede ormai ogni estate. Succede su diversi fronti. Dagli incendi che divampano in ogni angolo del Paese, alle grandinate e trombe d’aria. Immancabilmente, arriva puntuale anche l’immigrazione. Vista appunto come emergenza. D’altronde, gli sbarchi avvengono più di frequente in estate, quando il Mediterraneo tende a fare meno vittime nelle traversate. Alla fine dell’estate di tre anni fa, la presidente del Consiglio Meloni accoglieva a Lampedusa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dichiarando saggiamente: «E se qualcuno in Europa pensasse che di fronte alla crisi globale che stiamo affrontando, la questione si potesse risolvere semplicemente chiudendola all’interno dei confini italiani, chiaramente prenderebbe un abbaglio. Noi siamo di fronte a una portata tale, in tema di flussi migratori, che se non lavoriamo seriamente e tutti insieme sul contrasto delle partenze illegali, i numeri di questo fenomeno travolgeranno prima gli Stati di frontiera, ma poi tutti gli altri. E quindi è un problema che inevitabilmente coinvolge tutti, che da tutti va affrontato».

Il futuro dell’Europa si gioca su come affrontiamo le emergenze: diventiamo più forti quando lo facciamo assieme, come per il Covid-19. La reazione di molti paesi Ue, e dell’Italia, agli eventi di Ceuta, exclave spagnola in Africa, è opposta, con la chiusura di Schengen e l’idea di lasciarla negli strani confini spagnoli. Peraltro, per eventi subiti e non organizzati dal governo e dalla popolazione locale, forse addirittura provocati per dividere l’Europa. L’emergenza coinvolge tutti e da tutti va affrontata.