Caro direttore, ciò che è recentemente accaduto a Ceuta ha generato allarme in Europa soprattutto per le dimensioni del fenomeno. Un campanello di allarme che ci ricorda la fragilità dei nostri confini e l'incapacità del Vecchio Continente di affrontare un fenomeno epocale come è quello migratorio. Al di là degli aspetti umanitari e dei valori di comprensione, accoglienza e rispetto dei diritti (vedi recenti appelli del Presidente Mattarella e del Papa) che la nostra cultura impregnata dai valori del cristianesimo dovrebbero imporci, ciò che colpisce è che la risposta che pare arrivi dalla civile e progredita Europa è quella di trasferire il problema fuori dai nostri confini in hub o centri di rimpatrio e gestione dei migranti in Stati terzi africani e non. Prima il Regno Unito con il centro in Ruanda poi l'Italia con l'Albania. Ma perché non si pensa ad un grande Piano Marshall per l'Africa, perché non si riesce, o non si vuole, immaginare uno scenario che non sia letto solo in termini di sicurezza. L'immaginazione, quando si tratta di problemi militari supera anche la fantasia, basti pensare al recente accordo fra Turchia, Egitto, Pakistan e Arabia Saudita che ha dato vita alla "Nato del Medio Oriente", un accordo fra Nazioni diverse ma che in nome della difesa comune si uniscono. A noi europei è bastata la crisi di Ceuta per farci dividere (Italia-Spagna) e far riesplodere egoismi nazionali spinti da esigenze elettorali (Italia-Germania). È mai possibile che l'unica proposta nuova di organismi internazionali, seppur fallimentare, sia stata quella di Donald Trump con il Board of Peace? Maurizio Conti Portogruaro