Negli ultimi due anni un termine circolato per lungo tempo solo negli ambienti della destra identitaria europea è entrato con forza nel dibattito pubblico: remigrazione. È esploso soprattutto in Germania, ma da gennaio 2026 esiste anche una proposta di legge di iniziativa popolare italiana che porta esattamente questo nome. Vale la pena capire da dove viene il concetto, cosa prevede concretamente la proposta italiana, quante persone coinvolgerebbe, e, soprattutto, cosa succederebbe se lo stesso principio fosse applicato con reciprocità ai quasi sei milioni di italiani che vivono fuori dai confini nazionali.
Il termine remigration nasce nell’orbita del pensiero identitario francese, in particolare attorno alle teorie dello scrittore Renaud Camus, ideatore della teoria del cosiddetto «Grande rimpiazzo». Da lì il concetto è stato ripreso e sistematizzato dal movimento identitario europeo (Génération Identitaire in Francia, le sue diramazioni in Austria e Germania) diventando negli ultimi anni una parola d’ordine della destra radicale continentale.
È esploso nel dibattito pubblico soprattutto in Germania dopo l’inchiesta pubblicata a gennaio 2024 dal collettivo giornalistico Correctiv, che ha rivelato i dettagli di un incontro riservato tenutosi a Potsdam il 25 novembre 2023. Vi hanno preso parte esponenti di AfD (tra cui un collaboratore della leader Alice Weidel e alcuni parlamentari), l’attivista identitario austriaco Martin Sellner, oltre a imprenditori e membri della Cdu. Al centro dell’incontro, la presentazione di Sellner di un piano di «remigrazione di massa» articolato su tre categorie di persone da allontanare: richiedenti asilo, stranieri con regolare permesso di soggiorno, e cittadini tedeschi definiti «non sufficientemente assi.000ti» (questi ultimi due gruppi a prescindere dal loro status legale o dalla cittadinanza acquisita). Il piano prevedeva perfino la costituzione di uno «Stato modello» nel Nord Africa, in grado di ospitare fino a due milioni di persone.












