A meno di due mesi dall’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, l’accordo incappa già in un primo, severo banco di prova politico. Il governo tedesco ha assunto una posizione netta: con il nuovo quadro normativo dell’Unione ormai operativo, i trasferimenti dei richiedenti asilo verso gli Stati di primo ingresso devono ripartire senza indugi. Una pretesa che collide con la linea del Viminale, secondo cui al momento «non c’è nessuno da riprendere».
Al centro dello scontro figurano i cosiddetti movimenti secondari, ossia lo spostamento verso il Nord Europa di persone entrate inizialmente attraverso le frontiere meridionali dell’Unione, in particolare Italia e Grecia. Il nuovo impianto, definito dal Regolamento Ue che dal 12 giugno 2026 ha sostituito Dublino III, mirava a rendere i ricollocamenti più ordinati e prevedibili. L’applicazione concreta, però, ha riacceso tensioni mai sopite tra partner comunitari. La Germania, guidata dal cancelliere Friedrich Merz, che ha posto il contenimento dell’immigrazione irregolare tra le priorità di governo, insiste perché le regole comuni siano applicate senza deroghe unilaterali.
A irrigidire ulteriormente il clima interviene la Commissione europea. Nella prima valutazione operativa, pubblicata il 16 luglio 2026 e riferita alle prime tre settimane di attuazione del Patto (dal 12 giugno al 7 luglio), Bruxelles ha segnalato dodici richieste di trasferimento verso l’Italia, tutte respinte da Roma. La Commissione ha ricordato che lo Stato di destinazione non può limitarsi al diniego, ma deve proporre date alternative. Pur riconoscendo il lavoro preparatorio svolto dall’Italia, l’Esecutivo Ue ha chiarito che ora servono “passi concreti” perché i trasferimenti avvengano effettivamente, sancendo di fatto la fine della fase transitoria.











