C’è un racconto, in fondo un po’ pigro, che si ripropone da tempo: le democrazie liberali europee sarebbero sdraiate sul letto di morte, fiaccate all’interno dai populismi, aggredite all’esterno dalle autocrazie. Incapaci – dentro e fuori - di rispondere alle accelerazioni del mondo. È un racconto che custodisce il sortilegio delle profezie autoavveranti: più lo ripetiamo, aggiornato alle ultime crisi, meno comprendiamo quello che sta accadendo. Perché quello che sta accadendo ha sfumature complesse, che meritano di essere guardate e riguardate.
Innanzitutto, l’Ucraina che combatte. Letteralmente, allo sfinimento: contro un esercito di invasori, con morti e feriti quotidiani, con palazzi bombardati nel cuore delle città. E lo fa tenendo insieme due cose che sembravano incompatibili — il dispiegamento militare al fronte e la trasparenza sulle proprie contraddizioni in casa. Gli scandali per la corruzione, i ribaltoni tra i ministri che fanno capo al presidente Zelensky, le tensioni con i partner d’Occidente: tutto non oscurato, fino all’evidenza delle proteste di piazza a Kiev. È questa la differenza tra una democrazia che si difende e un regime che si arrocca.
A un altro livello, i governi europei duellano. Litigano, negoziano. Dietro i toni infiammati, anche sul contenimento dei flussi migratori - questione lacerante in ogni società, dalla Danimarca al Sudafrica - inseguono compromessi: contestati e rinfacciati, messi e rimessi al voto. La conflittualità è inevitabile, rivela fragilità che vanno man mano ricomposte. Sulle percentuali di risorse nazionali necessarie alla Difesa comune, per citare un secondo esempio spinoso, la Ue ha fatto passi impensabili fino a tre anni fa. Nessuna di queste decisioni è stata veloce, nessuna soddisfa tutti. Ma la determinazione al confronto non è stata «rimossa». Se tutto questo è vero — ed è prova di una vitalità spesso sottovalutata — qualcosa manca. Manca la comprensione di quale sia la minaccia oggi forse più grande alla stabilità del sistema in cui ci muoviamo e riconosciamo.La politologa franco-tunisina Asma Mhalla ha scritto che il potere, in un futuro prossimo che in verità è «present continuous», non ci governerà: ci programmerà. Le grandi piattaforme tecnologiche — i distretti transnazionali delle BigTech — non organizzano semplicemente le nostre giornate, cioè la nostra vita, la orientano. Indirizzano le nostre preferenze, selezionano le informazioni che possiamo raggiungere, di fatto modellano la nostra percezione del reale. Nel suo saggio Resistere ai tempi oscuri (Einaudi, 2026), Mhalla parla di una «cyberdistopia»: «Ciò che chiamiamo realtà è già un’interfaccia».Secondo questa interpretazione, il punto non è (solo) tecnologico. È politico. Nel Leviatano, Thomas Hobbes immagina il sovrano come un gigante riempito di migliaia di corpi umani minuscoli: il potere del «mostro» nasce da un patto collettivo. Ci raccogliamo nel perimetro di un’entità sovrana cui affidiamo — cedendola — la forza individuale di ciascuno, ricevendone in cambio sicurezza, ordine, protezione. Il frontespizio di quell’opera, data alle stampe nel 1651, raffigura il modello su cui si reggono ancora gli Stati in grado di tutelarci dall’autodistruzione. Il sistema funziona finché quello Stato detiene il monopolio della forza — e il controllo della struttura. Quando un’altra potenza comparabile entra in campo, il patto vacilla. Le BigTech rappresenterebbero quella «potenza comparabile». Non competono con gli Stati sul piano dello scontro diretto geopolitico. Competono sul terreno delle infrastrutture cognitive e spostano le grandi decisioni «fuori» dalla sfera democratica. I meccanismi della democrazia rischiano di diventare vetrina: si tengono elezioni, si organizzano dibattiti, l’indignazione circola con regolarità, anche più di prima... Le condizioni del libero giudizio, tuttavia, minacciano di scivolare impercettibilmente altrove, dentro architetture che nessuno ha visto costruire e che nessuno può destituire. Il contratto sociale si frantuma, sostituito dai codici. Mhalla descrive così un Leviatano a due teste: lo Stato ibridato con le grandi piattaforme private, in una simbiosi che può essere «allo stesso tempo politicamente ultra-autoritaria ed economicamente iper-liberale». Gli Stati Uniti di Trump-Musk sono il caso-limite più visibile. La Cina ne offre la versione dirigista: piattaforme «disciplinate», stessa logica e velocità di controllo, diversi architravi di dominio.Se questo fosse lo scenario, anche in una declinazione meno apocalittica, che spazio di azione resterebbe — resta — agli Stati europei? E a tutte le democrazie liberali che hanno dimensioni assai minori e processi decisionali tanto più mediati? La risposta non può essere la ritirata strategica, né ci farà un buon servizio l’illusione che basterà regolamentare. L’Europa ha sì (e con merito) cercato di sviluppare un quadro normativo articolato che contenga il potere delle BigTech. Non ha però costruito una forza industriale minimamente paragonabile a quella americana o cinese. Le buone regole hanno senso, ma le regole da sole non penetrano nei rapporti di potere.Mario Draghi lo aveva scritto due anni fa: senza un salto di scala negli investimenti in tecnologia, energia, difesa, l’Europa non potrà competere e si destinerà a divenire un mercato di consumo per le potenze che «producono» futuro. Il suo rapporto, presentato il 9 settembre 2024, è rimasto lì. Quante delle raccomandazioni sono state realizzate appieno? Sessanta su 383, pari al 15,7%; erano il 15% a inizio 2026. La percentuale misura il ritardo. E il ritardo, in questa fase, non è un dato tecnico. È un rischio, appunto, politico. C’è qualcosa che le democrazie custodiscono: la capacità di nominare i problemi. Di metterli sul tavolo. Di costruire attorno a quel tavolo un consenso che vuole rispondere — lentamente, conflittualmente — alla realtà dei cittadini, oltre le interfacce. In un’epoca in cui la prima forma di resistenza è sforzarsi di vedere, o di ascoltare, non è poco. Certo, adesso dovremmo immaginare la nostra di accelerazione. Scriveva sempre Hobbes, nel capitolo 44 del Leviatano, che il peggior tormento è «il dolore e l’insoddisfazione della mente causati dalla consapevolezza della felicità perduta e dalla durata eterna della punizione». Strizzando le parole del filosofo inglese, gli algoritmi ne hanno tratto un aforisma adeguato alle condivisioni sui social, facile da ricordare: «L’inferno è la verità vista troppo tardi».










