L’Europa prende il nome da una principessa fenicia. Ceuta è Europa pur trovandosi in Africa. Ulisse diventa l’eroe simbolico dell’Occidente soltanto dopo avere attraversato l’Oriente.
Tre immagini bastano a mettere in discussione una delle convinzioni più diffuse del nostro tempo: che l’Occidente coincida con una geografia. Se fosse davvero così, il nome stesso dell’Europa deriverebbe da una figura straniera, Ceuta sarebbe semplicemente una città africana e il viaggio di Ulisse sarebbe il racconto di un ritorno, non di una continua contaminazione.
Eppure l’Occidente nasce da un paradosso. La sua identità non è mai stata quella della purezza, ma quella dell’incontro. Atene dialoga con l’Egitto e con il Levante; Roma assorbe il diritto dei popoli conquistati; il cristianesimo nasce in Oriente e trova in Europa la propria elaborazione giuridica e istituzionale. La civiltà occidentale si è formata attraverso una lunga stratificazione di culture diverse, non attraverso la loro cancellazione.
Eppure oggi la parola “Occidente” viene pronunciata come se designasse un blocco omogeneo, compatto, quasi biologico. Si parla di “Occidente” e “non Occidente”, di civiltà contrapposte, di confini invalicabili. È una semplificazione che rassicura, ma che tradisce la storia.








