«Franza o Spagna purché se magna». Era la fotografia di una penisola che aveva smesso di credere in se stessa. Uno spazio geograficamente magnifico e politicamente inerte, che aspettava che fossero altri a decidere per lei. Oggi quella frase descrive l’Europa.

Non l’Europa delle dichiarazioni solenni e dei vertici di Bruxelles. L’Europa reale, quella che ha comprato gas dalla Russia fino all’ultimo giorno utile, che ha affidato i propri porti alla Cina senza pretendere in cambio alcuna reciprocità strategica, che discute da anni se avere una politica industriale comune mentre Pechino costruisce filiere complete, dall’estrazione delle terre rare all’automobile finita.

Ma soprattutto l’Europa che continua a sottovalutare il più grande investimento geopolitico delle autocrazie contemporanee: il finanziamento politico e culturale della propria frammentazione interna.

Perché i nazionalismi sovranisti che crescono in molti Paesi europei non sono soltanto fenomeni spontanei o reazioni identitarie alla globalizzazione. Sempre più spesso rappresentano ecosistemi politici, mediatici e digitali alimentati direttamente o indirettamente da interessi esterni che hanno un obiettivo chiarissimo: impedire la nascita di un’Europa realmente unita, autonoma e strategicamente sovrana.