Quando il liberismo spinto di quell’Unione Europea (che solo i gonzi possono amare) volle la privatizzazione della produzione di energia elettrica era facile prevedere i disastri che questa avrebbe comportato. Era facile prevedere che questi nuovi impianti si sarebbero semplicemente sommati a quelli da fonti fossili e che avrebbero creato nuovi impatti sul territorio, visto che nessuna opera umana è senza conseguenze. Ma c’è un tipo di produzione in particolare che ha effetti deleteri e che tuttavia non vede particolari azioni di contrasto da parte delle popolazioni locali, come avviene ad esempio per l’eolico. Anzi. Parlo qui del piccolo idroelettrico, liberalizzato da uno dei tanti governi Andreotti nel 1991.
Cosa significa “piccolo idroelettrico”? Significa incanalare l’acqua di un torrente e recapitarla, dopo un percorso più o meno lungo, in una centrale dove il flusso viene trasformato in energia. Considerata una forma di produzione pulita, in realtà è altamente impattante sul territorio sia a causa delle opera di presa e produzione, sia perché spesso e volentieri il corso d’acqua è trasformato in un rigagnolo, alla faccia del deflusso minimo vitale che dovrebbe essere garantito ma che nessuno controlla. Per una volta, piccolo non è bello. E comunque non è piccolo il numero degli impianti: circa 3.000 (tremila…) nelle nostre regioni alpine. Tremila corsi d’acqua depauperati, spesso ridotti a rivoli insignificanti, magari per produrre una manciata di watt: ha senso?













