Riceviamo e volentieri pobblichiamo.Caro direttore,il dibattito trentino su Dolomiti Energia è arrivato alla stampa nazionale attraverso la porta più facile: la Borsa. È comprensibile. La quotazione di una grande utility territoriale interessa il mercato, divide la politica, richiama il tema del rapporto tra pubblico e privato. Ma se ci fermiamo lì, guardiamo la parte più rumorosa e meno decisiva della vicenda. La questione che dovrebbe interessare il Paese è un’altra: a quali condizioni si concede l’uso dell’acqua per produrre energia, e quale posto hanno i territori che da oltre un secolo sopportano gli effetti delle infrastrutture idroelettriche?Una società energetica può avere bisogno di capitali, alleanze, competenze manageriali, piani industriali. Sono temi seri, ma richiedono numeri, informazioni e competenze specifiche. Il dibattito pubblico rischia invece di trasformarli in una contrapposizione sterile tra chi vede nel mercato la modernità e chi vi vede una minaccia.
La questione vera è precedente: a quali condizioni una risorsa naturale viene concessa per produrre energia? Chi partecipa alla definizione di quelle condizioni? Quale ruolo hanno i territori che da più di un secolo convivono con dighe, invasi, condotte, derivazioni, servitù, vincoli paesaggistici, rischi e trasformazioni profonde del proprio ambiente?L’idroelettrico italiano è una grande storia nazionale. Ha contribuito all’industrializzazione del Paese, all’elettrificazione delle aree rurali, alla sicurezza energetica, e oggi torna centrale nella transizione ecologica. Ma è anche una storia di territori montani profondamente trasformati. All’inizio fu una stagione largamente predatoria: l’acqua delle valli serviva allo sviluppo di pianure e industrie lontane. Poi venne una stagione più negoziale, con le prime grandi regole pubbliche sulle acque. Le tragedie del Gleno, del Molare e poi del Vajont hanno ricordato, nel modo più drammatico, che l’idroelettrico non è mai solo energia: è territorio, sicurezza, paesaggio, comunità.






