ROVIGO «Perché l'ospedale di Trecenta non può avere un Punto Nascite, quando nel suo territorio di riferimento nel 2025 sono nati più bambini rispetto a Rovigo, Adria e altri nove ospedali veneti in cui si può partorire? ». A chiederselo è Rifondazione Comunista per voce di Guglielmo Brusco, già assessore provinciale alla Sanità, con una riflessione che scaturisce dall'allarme scattato per il futuro del Punto Nascite di Adria. «Allarme che fa capire la grave situazione della sanità regionale. L'Ospedale San Luca di Trecenta è stato lasciato andare dice - Un ospedale pubblico costruito per potenziali 360 posti letto ospedalieri e che oggi ne ha solo 80, sacrificato per l'emergenza Covid e che, invece di ritornare ad essere l'ospedale pre-pandemia, ha visto qualcuno approfittare della situazione per tagliare e lasciare noi altopolesani, circa 70mila abitanti, senza tanti altri importanti servizi».

LA SITUAZIONE Tra i tagli Brusco ricorda il Pronto Soccorso che dopo il Covid non è più stato attivato (oggi è un Punto di primo intervento), una sessantina di posti letto rispetto alle schede ospedaliere 2019 e, in precedenza, la chiusura del Punto Nascite, del reparto di Psichiatria, di Riabilitazione Pneumologica e di altri servizi. La vicenda del Punto Nascite del San Luca, che peraltro annoverava un'eccellenza come la "Casa del parto", per Brusco è l'ennesima dimostrazione di come l'Alto Polesine sotto l'aspetto della sanità sia stato «ingiustamente massacrato» rispetto ad altri territori non solo polesani, ma anche del Veneto. L'esponente di Rifondazione comunista analizza i dati Istat relativi alle nascite avvenute nel 2025. «Nei comuni afferenti al territorio dell'ex Ulss 29 sono 469 i bambini nati nello scorso anno - rileva -. Il Punto Nascite di Trecenta è stato chiuso nel 2016. In teoria, se fosse ancora aperto, avrebbe potuto accogliere le madri di queste 469 bambini. Un numero più che doppio rispetto ai nati nello stesso periodo all'ospedale di Adria e superiore anche ai 429 nati all'ospedale civile di Rovigo».Non solo: i numeri dei nati in Alto Polesine, e che avrebbero potuto vedere la luce a Trecenta se il San Luca avesse ancora il reparto, sono superiori anche a quelli dei nati registrati nel 2025 in altri nove ospedali veneti oltre a quello rodigino e quello adriese. «Belluno ha avuto 464 nati, Castelfranco Veneto 297, Chioggia 399, Venezia 282, San Donà di Piave 420, Portogruaro 343, Asiago 56, Arzignano 430 e Valdagno 242», riferisce Brusco. La domanda, conclude, sorge dunque spontanea. «Senza voler togliere niente agli altri posti, perché a Trecenta non può esserci un servizio che può continuare invece ad esistere, e noi vogliamo indubbiamente che si mantenga aperto, in tutti questi ospedali?».NUMERI IN BASSOPOLESINE Una riflessione scaturita dalla questione relativa al nosocomio adriese su cui, nei giorni scorsi, sono emersi i dati riferiti alle nascite avvenute nel 2024. I dati raccontano, peraltro, che circa la metà delle partorienti residenti in Basso Polesine scelgono altri ospedali per dare alla luce i loro figli, con un' "emigrazione" verso diversi nosocomi compensata solo in parte da partorienti che, al contrario, arrivano ad Adria da altri territori. Una situazione che mette a repentaglio il mantenimento del servizio, legato appunto al numero dei nuovi nati, alla luce degli standard del Ministero della Salute previsti per i Punti Nascita.ADRIA «Su un tema così importante non possono esserci divisioni: è il momento che tutte le istituzioni e tutte le forze politiche facciano fronte comune per difendere il diritto delle famiglie del Basso Polesine ad avere un servizio sanitario fondamentale come il Punto Nascita di Adria». È questo l'appello con cui il direttivo del movimento civico Ibc interviene sulla prospettata chiusura del Punto Nascita dell'ospedale di Adria, chiedendo un'azione condivisa per ottenere il ritiro della delibera regionale. Secondo il movimento civico, la situazione è apparsa fin da subito più complessa e delicata di quanto potesse sembrare. Sul piano istituzionale, Ibc ha presentato una mozione in consiglio comunale per affrontare la questione. Tuttavia, il documento non è stato discusso durante l'ultima seduta perché la maggioranza ha chiesto la chiusura del consiglio comunale, rinviando il confronto alla prossima riunione dell'assemblea. Una scelta che il gruppo giudica inopportuna.