VENEZIA - A tre lustri dalla norma, e dopo una serie di deroghe, il tempo è scaduto. Entro il 31 maggio la Regione ha dovuto arrendersi alla contestazione ricevuta dal ministero della Salute: giovedì scorso la giunta Stefani ha deliberato la presa d’atto della situazione «sub-standard» di 4 Punti nascita del Veneto, che ormai da tempo registrano meno di 500 parti all’anno, per cui non sono considerati in grado di garantire la sicurezza delle mamme e dei bambini. Si tratta di Adria (Rovigo) con 227 neonati nel 2025, Portogruaro (Venezia) con 343, Castelfranco (Treviso) con 297 e Valdagno (Vicenza) con 242. Mentre per i primi due ci sarebbero ancora dei margini di sopravvivenza, per gli ultimi due non ce ne sarebbero le condizioni, tanto che di fatto con quel provvedimento è stato avviato il percorso che condurrà gradualmente alla loro chiusura.
I CRITERI Triste ma necessario, per il bene delle partorienti e dei nascituri: in soldoni è questa la conclusione che affiora dagli atti ministeriali, di cui Il Gazzettino ha potuto prendere visione. I criteri per tenere aperti i Punti nascita sono stati stabiliti nel 2010, attraverso un accordo tra lo Stato e le Regioni, perfezionato nel 2015 dal decreto dell’allora ministra Beatrice Lorenzin. La legge ha fissato a 1.000 parti l’anno l’asticella della migliore esperienza clinica e organizzativa, per l’integrazione fra i servizi ostetrici, neonatali e pediatrici. Tra i 500 e i 1.000 deve essere valutata l’opportunità di chiudere. Sotto i 500 l’apertura non può essere concessa, salvo eccezioni in condizioni geografiche particolari. Ad ogni modo la situazione va sottoposta a monitoraggio periodico in sede di comitato Lea, cioè dell’organismo che verifica l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza in condizioni di appropriatezza clinica ed efficienza economica. IL RESOCONTO Il caso Veneto è tornato d’attualità nella seduta del 3 dicembre 2025, due giorni prima che venissero proclamati il presidente Alberto Stefani e gli altri 50 consiglieri regionali. Dal resoconto della riunione risulta che «non si può considerare conclusa la verifica» degli adempimenti Lea per l’anno 2022, per la «persistenza di Punti nascita sub-standard che non hanno ricevuto deroghe dal Cpnn», cioè dal Comitato percorso nascita nazionale. Rispetto ai volumi registrati quell’anno, il problema riguarda 7 sedi, ma solo per quelle di «Venezia, Asiago e Chioggia il Cpnn ha espresso parere favorevole alla deroga», per cui «si rimane in attesa dei provvedimenti di disattivazione degli altri Pn (Punti nascita, ndr.) sub-standard e si invita la Regione ad una opportuna revisione della rete dei Pn».Viene osservato che con decreto dell’allora direttore generale Massimo Annicchiarico, il 7 agosto 2025 è stata aggiornata la composizione del Comitato percorso nascita regionale istituito nel 2011, con «lo specifico compito di verificare gli standard presenti nel Punti nascita del territorio regionale». Ma la relazione trasmessa l’11 novembre 2025 «non apporta informazioni utili a superare l’adempimento». Pertanto vengono ribadite le «potenziali inadempienze», con questa sottolinatura: «La Regione continua a mantenere attivi i Pn sub-standard per i quali non ha ottenuto la deroga. Si invita la Regione a procedere ad una revisione della rete dei Pn che preveda interventi per superare i Pn sub-standard». L’IMPEGNO Il tema è stato nuovamente affrontato nella seduta del 9 aprile 2026. Questa volta il Veneto risulta «adempiente con impegno a trasmettere l’atto di adozione del provvedimento di Giunta che prevede la cessazione dei Punti nascita sub-standard di Adria, Portogruaro, Valdagno e Castelfranco» entro il 31 maggio. Quanto alla deroga a suo tempo concessa per Asiago, la Regione viene sollecitata «a porre in essere tempestivamente le azioni necessarie a ripristinare le condizioni di sicurezza». La scadenza è perentoria: «Laddove il provvedimento di Giunta non dovesse essere trasmesso entro il 31 maggio 2026, la Regione sarà considerata inadempiente sul 2023». Con la conseguenza di dover restituire almeno 40 milioni. Un rischio evitato da Palazzo Balbi, con la presa d’atto deliberata giovedì scorso, che avvia il processo per la chiusura di Castelfranco e Valdagno, lasciando uno spiraglio per Adria (in quanto area interna) e Portogruaro (poiché caratterizzato da una tendenza alla crescita).







