Italia
Biagio Marzo
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Ogni giorno ha la sua pena. E oggi le inquietudini degli italiani si concentrano soprattutto sull’ordine pubblico, scosso da episodi di cronaca nera, dall’azione di lupi solitari ispirati al terrorismo jihadista e da manifestazioni che troppo spesso degenerano in autentiche guerriglie urbane. Quanto accaduto a Bologna e in Val di Susa non può essere archiviato come un episodio isolato in attesa della prossima esplosione di violenza. È un fenomeno che merita un’analisi politica e istituzionale più profonda.
Quando nei cortei compaiono gruppi organizzati, persone incappucciate, tecniche di scontro già sperimentate e, come nel caso della Val di Susa, militanti provenienti anche dall’estero, è legittimo chiedersi se si tratti esclusivamente di dinamiche spontanee oppure se esistano reti organizzative, canali di sostegno o strategie che puntano ad alimentare tensioni sociali. Sono interrogativi che spettano anzitutto alla magistratura e agli apparati investigativi, ma che la politica non può ignorare. L’Italia, per la sua posizione geopolitica e per la sua tradizionale fragilità politica, è stata spesso terreno di confronto tra spinte radicali e tentativi di destabilizzazione. La storia degli anni di piombo insegna che accanto ai gruppi violenti possono svilupparsi quelle “aree grigie” che, pur senza partecipare direttamente agli scontri, finiscono per giustificarli o minimizzarli. Un tema richiamato in passato sia dalla procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, sia dall’ex presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino.













