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Monica Guerzoni

La questione della presa di distanza dai violenti in Val di Susa. De Pascale: «Quella roba non ci appartiene». Gualtieri e il modello di sicurezza democratico

Il tema della sicurezza non è di destra, non può essere lasciato soltanto alla destra. A sinistra sembrano averlo finalmente capito, ma è un risveglio lento, tardivo, sofferto. Il sindaco Beppe Sala condanna la guerriglia in Val di Susa come l’«atto criminale» di chi ha voglia «della violenza per la violenza». E mentre si duole perché alla sua parte politica viene data «un po’ la colpa di essere indulgente nei confronti di alcune manifestazioni violente», fa luce su uno dei tanti coni d’ombra che rendono non sempre limpida la posizione del Campo largo, o progressista che sia: «Io non credo che noi a sinistra siamo indulgenti. Ecco, dobbiamo stare attenti a non rischiare di mostrarlo».

La diplomazia del primo cittadino di Milano non basta a velare l’imbarazzo con cui la sinistra, dal Pd ad Avs, ha affrontato le cronache del caso Roggero, della morte di Fakir a Bologna e delle violenze in Val di Susa. Se Sala evoca l’indulgenza, Antonio Padellaro da giorni rigira la punta della penna dove fa più male e costringe le opposizioni a riflettere usando termini e interrogativi ben più crudi. Perché, si chiede l’ex direttore dell’Unità, la «specchiata e coerente» Elly Schlein «ha aspettato due giorni prima di condannare la guerriglia militarizzata in Val di Susa»? Forse per il timore di riecheggiare le parole d’ordine della destra? O per paura, affonda Padellaro, «di perdere voti in quel mondo» che gravita attorno a movimenti violenti?