Il tabù dello Stato di diritto
Antonio Bargone
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Il dibattito pubblico sulla sicurezza è ormai irrimediabilmente inquinato da una pericolosa tendenza alla semplificazione. Nelle ultime settimane si è assistito a una confusa sovrapposizione di piani radicalmente diversi: dalla vicenda del gioielliere e i drammi della difesa privata, ai fenomeni dei maranza e delle baby gang, fino alla guerriglia urbana legata al movimento No-Tav.
In questo scenario, la politica si muove troppo spesso sul terreno angusto e fuorviante della competizione elettorale immediata, inseguendo il consenso ad ogni costo, facendo così male al Paese e al suo sistema democratico. In questo modo, il dibattito politico si polarizza in modo sterile. Da un lato la destra insegue una visione puramente repressiva e muscolare, illudendosi che l’inasprimento delle pene e la moltiplicazione dei reati possano da sole risolvere problemi che sono, prima di tutto, sociali e culturali. Dall’altro lato la sinistra rischia spesso di muoversi all’interno di uno schema viziato da una grave sottovalutazione del problema, oscillando tra riflessi condizionati di manicheismo ideologico e un’ambiguità inaccettabile di fronte alle derive violente.









