Ha ragione Giuliano Ferrara quando dice che non siamo per forza condannati al primitivismo mentale. Qua e là, ieri, erano rintracciabili riflessione ragionevoli. Luciano Violante, sul Corriere della Sera, ha ricordato l’inutilità della sessantina di nuove specie di reato introdotte dal governo di Giorgia Meloni, e l’inefficacia della repressione in favore della sicurezza. Sulla Stampa l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha denunciato la dismisura con cui sono state alimentate le paure, poiché è ardito, “con riferimento a parametri oggettivi”, affermare che l’Italia è un Paese insicuro; però poi l’insicurezza è un sentimento invincibile, ha detto, se gli si oppongono soltanto le statistiche.

Ha ragione, anche se opporre le statistiche sarebbe già qualcosa, ma le oppongono in pochi. Lo sa qualcuno che, dal 2014 a oggi, le rapine in appartamento si sono quasi dimezzate e più che dimezzati i furti, sempre in appartamento? Se lo si dicesse o lo si scrivesse (lo ha fatto lunedì il Foglio), la percezione di insicurezza forse non calerebbe o forse sì, ma raccontare le cose come stanno sarebbe un buon inizio.

Poi, siccome la percezione è importante, ha ragione anche Antonio Polito – altra riflessione ragionevole di ieri – rassicurato dalla presenza di una camionetta della Polizia al Colosseo, dove alcuni giorni fa spadroneggiavano i maranza. E in effetti, se si vuole rimediare alla percezione di insicurezza, inventarsi i reati, aumentare le pene, stipare le carceri, comprese quelle minorili, è una vana crudeltà. Invece mandare un po’ più di vigili per strada, un po’ più di pattuglie di notte, un po’ più di controlli in metropolitana, cioè là dove non se ne vedono da secoli, diffonderebbe una percezione di sicurezza che non fa tanto bene alla propaganda, ma ne fa alla democrazia.