All’indomani degli scontri in Val Susa, la maggioranza rilancia la rincorsa alle pene dividendosi tra il “terrorismo di piazza” della Lega e l’associazione a delinquere di FdI. Una risposta securitaria che sceglie ancora una volta la via breve del codice penale al posto della prevenzione e del confronto con i territori.

A ogni fiammata nei cantieri della Val di Susa, e più in generale a ogni scontro che accende le piazze, corrisponde una reazione a catena quasi meccanica nelle stanze della politica. Non appena si spegne il fumo dei disordini e la magistratura avvia la conta dei danni, all'interno della maggioranza scatta puntuale la rincorsa a chi propone la fattispecie penale più severa. Un automatismo ormai consolidato di fronte agli scontri di piazza, che risponde a una duplice esigenza: da un lato si punta a mostrare la risposta immediata dello Stato di fronte alle immagini della guerriglia urbana, dall'altro si presidia il proprio elettorato di riferimento in una costante competizione identitaria tra gli alleati di governo.

La Lega e il "terrorismo di piazza": il ripescaggio di una vecchia battaglia Nel catalogo delle risposte leghiste, la proposta del "terrorismo di piazza" non è un'invenzione dell'ultima ora per rispondere agli scontri di Chiomonte. È piuttosto il ripescaggio di una battaglia storica, nata tra le file dei sindacati di polizia e fatta propria da Matteo Salvini e dal sottosegretario Nicola Molteni, che trova la sua naturale prosecuzione nel solco già tracciato dal recente Disegno di Legge Sicurezza. Con quel pacchetto normativo, infatti, l'esecutivo ha già gettato le basi per una stretta complessiva sul dissenso, trasformando, tra le tante cose, i semplici blocchi stradali in reati punibili con il carcere e inasprendo le sanzioni per chi oppone resistenza, persino solo passiva, all'interno delle carceri e dei centri di trattenimento. Ciò che la Lega punta a fare oggi è compiere un ulteriore salto di qualità, cambiando del tutto la natura stessa degli scontri di piazza. Se finora chi devasta un cantiere o si scontra con gli agenti viene processato per reati legati ai danni materiali o alla turbativa dell'ordine pubblico, la nuova norma sposterebbe l'asticella verso i delitti contro la sicurezza dello Stato, equiparando cioè la violenza di corteo ai veri e propri atti eversivi. Tradotto in parole semplici, le conseguenze sarebbero pesantissime: per chi partecipa ai disordini scatterebbero condanne minime superiori ai dieci anni di reclusione e l'ingresso quasi automatico in carcere prima ancora dell'inizio del processo. Allo stesso tempo, i magistrati potrebbero utilizzare strumenti d'indagine straordinari, come le intercettazioni preventive, normalmente riservati alle inchieste sulla mafia e sul terrorismo. La strategia del Carroccio punta così a un rovesciamento netto: smettere di considerare un corteo finito male come una protesta degenerata per trattarlo, a tutti gli effetti, come un attacco diretto alla tenuta delle istituzioni.