di Martina Borghi, campagna Foreste Greenpeace Italia

Gli incendi che stanno colpendo l’Italia, ma anche la Spagna e la Francia, non sono soltanto un’emergenza estiva. Sono il segnale di un fenomeno più profondo: un clima che cambia sta creando condizioni sempre più favorevoli alla diffusione del fuoco, mentre territori già vulnerabili diventano più esposti a eventi estremi.

Raccontare questi episodi come la conseguenza di un’estate “difficile” rischia di ridurre la portata del problema, risultato dell’interazione tra attività umane, crisi climatica e fragilità del territorio.

La crisi climatica non accende gli incendi. In Italia la maggior parte dei roghi ha infatti origine dall’azione umana, attraverso comportamenti colposi o dolosi. Ma il riscaldamento globale sta modificando profondamente le condizioni in cui il fuoco si sviluppa: temperature più elevate, periodi di siccità più estesi e vegetazione più secca aumentano la probabilità che un singolo innesco si trasformi in un incendio esteso.

I dati scientifici ci mostrano una tendenza chiara: le condizioni favorevoli alla propagazione degli incendi si presentano per periodi sempre più lunghi dell’anno e il rischio aumenta in molte aree del Mediterraneo. Secondo EFFIS, il sistema europeo di monitoraggio degli incendi boschivi gestito dal Joint Research Centre della Commissione europea nell’ambito del programma Copernicus, tra il 1° gennaio e il 22 luglio 2026 in Italia sono andati in fumo 36.600 ettari di territorio: una superficie che è circa l’80% superiore alla media dello stesso periodo tra il 2006 e il 2025. L’estensione complessiva delle aree percorse dal fuoco equivale a oltre 51 mila campi da calcio e mostra come, già a metà estate, la stagione degli incendi si collochi ben al di sopra della media storica.