Gli incendi non danno tregua, ma non è solo a causa della crisi climatica, con l’aumento delle temperature, la siccità prolungata e l’inaridimento della vegetazione che trasforma boschi, aree rurali e margini urbani in un serbatoio di combustibile. Lo dimostra la cronaca delle ultime settimane, in Europa e in Italia. C’è un altro fattore comune ai luoghi dove il fuoco corre più velocemente: in vaste aree del Paese, soprattutto nelle zone interne, collinari e montane, l’abbandono delle attività agricole, pastorali e selvicolturali ha aumentato la quantità di biomassa disponibile, ma anche la sua continuità spaziale. Perché dove un tempo c’era un mosaico di coltivi, pascoli, boschi gestiti e spazi aperti capace di interrompere la propagazione del fuoco, oggi c’è una ‘saldatura’ tra superfici boscate, arbusteti, incolti e margini urbanizzati. Ergo: non è aumentata solo la quantità di vegetazione disponibile a bruciare, ma anche la possibilità che il fuoco trovi percorsi continui lungo cui correre. “Il cambiamento climatico è l’acceleratore. Da una parte c’è la mano dell’uomo, perché gli incendi sono quasi tutti di origine dolosa o colposa, dall’altra gli ‘alleati’ di questi roghi, come il cambiamento climatico e la mancata gestione del territorio dopo l’abbandono” spiega a ilfattoquotidiano.it Antonio Nicoletti. Responsabile nazionale delle Aree protette e biodiversità di Legambiente, è tra gli autori del recente report “L’Italia in fumo” pubblicato dall’associazione.