È umano essere folli? Penso che lo sia, soprattutto se si è nati senza la corazza dell’aderenza ai tempi, alla convenienza, al dover apparire a tutti i costi conformi alla maggioranza. E, di conseguenza, chi è pazzo? I fragili, disposti a precipitare pur di dare spazio alla propria voce, o i sani che, con un occhio che compatisce senza tentare di comprendere, provano a redimere chi forse non ha la volontà di essere salvato?Poche volte mi è capitato di leggere descrizioni così vivide della verità nascosta dietro l’apparenza della follia. Nel romanzo di Wanda Marasco, “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza, pp. 416; € 20) si insinua il sospetto di un destino di squilibrio che insegue le persone pure, una sorta di eredità: la ricerca inconscia di un ideale che, invece di elevare, porta alla psicosi.Le voci di Ferdinando Palasciano, medico che cerca disperatamente di proclamare la propria verità su una medicina equa, ampia ed egualitaria e si inabissa in un altalenante delirio dal manicomio in cui è rinchiuso, e di sua moglie Olga si alternano a visioni di una Napoli così concreta che pare di toccarla, di sentirne i rumori e gli odori. Olga ha la memoria psichica e fisica di un trauma: il suo corpo zoppicava; lo ha fatto fino all’incontro con Ferdinando, che l’ha curata. Quando Ferdinando ha perso il contatto con la realtà e lei stessa ha dovuto proteggersi e proteggerlo facendolo internare, la zoppia si ripresenta: il ciclo della guarigione si è compiuto e ricomincia da capo, insieme alle ossessioni e al senso di fallimento che l’accomuna a suo marito. Per una psicoterapeuta, sta quasi tutto lì, nei corpi che hanno retto insieme, finché non sono stati costretti a confrontarsi con il reciproco dolore, con la vibrazione all’unisono di traumi e rabbia che, diversi nelle origini, sono gli stessi nella profonda incapacità di trovare uno spazio di liberazione.Olga ha freddo, un freddo interiore che è la neve di San Pietroburgo e del suo Paese d’origine. Ha aspettato a lungo la madre, quando era una bambina: l’ha aspettata per chiederle se fosse felice, fingendo di credere alla sua risposta. E ha aspettato Ferdinando, poi: la madre e Ferdinando assenti perché malati, folli, ma anche più lucidi di chiunque altro nel cogliere le ingiustizie della vita. Ferdinando prova a parlare: lo fa cercando compagni di ascolto nel delirio o in un pubblico attento, nella gente indifferente della sua città, nei politici, in chi potrebbe aiutarlo a riportare la giustizia nella medicina. Fu condannato a morte, un tempo: curava alleati e nemici, perché le ferite non fanno differenza. Poi ha perso la sua sala operatoria perché tentava di proteggere le puerpere dalla sepsi. La memoria è la condanna: esiste un posto, al di fuori della sua psiche sofferente, in cui qualcuno abbia davvero a cuore il significato della cura per chi sta male? La fragilità di Olga e l’ossessione di Ferdinando sono verità attuali e, per questo, travolgono e, a tratti, disturbano. La verità fragile è sempre la più tenace; è eterna. Posso dire, oggi, che le parole più sagge su ciò che la medicina debba essere (e non è) siano quelle di un medico internato in un manicomio, in un romanzo che terrò tra i più cari.
Eterno dilemma la fragile verità della follia
Pazzi, ma anche più lucidi di chiunque altro nel cogliere le ingiustizie. Nel suo romanzo Wanda Marasco indaga il lato nascosto della realtà. E coglie tracce di








