di

Marco Imarisio

Delle rivendicazioni di un tempo non resta molto. Soltanto due volte all’anno, come una calamita, vengono attratti in valle non veri attivisti, ma qualche centinaio di sbandati vogliosi di fare casino

Tutti al palio di Chiomonte il sabato sera. Succede ogni fine luglio, in occasione del festival dell’Alta felicità, succederà il prossimo cinque dicembre, anniversario della cosiddetta battaglia di Venaus, anno di grazia 2005, quando c’era ancora la neve, i prati erano ghiacciati e i No Tav liberarono con la forza i terreni requisiti dalla Polizia. Quanti anni passati a prendere freddo, insulti e anche qualche sasso in testa lanciato da militanti che poi avrebbero fatto una discreta carriera tra le file del nascente Movimento 5 Stelle.

Altri tempi. Non è una questione di ricordi, o di com’era verde la mia Val di Susa. L’ultima dimostrazione di forza del movimento in quanto tale risale al biennio 2011-2013, la Libera Repubblica della Maddalena, lo sgombero all’alba eseguito dalla Polizia, gli scontri e le manifestazioni che ne seguirono, con Beppe Grillo alla testa del corteo. Allora come oggi, i rappresentati indigeni del movimento No Tav promettevano ogni volta quel che non potevano mantenere, l’andamento pacifico delle dimostrazioni e dei raduni, mentre accanto a loro sfilavano esponenti dell’antagonismo torinese che avevano intenzioni più bellicose. Risale a quell’epoca il tentativo di trasformare lo lotta di un solo popolo, che una comunità ben definita e fiera della sua identità, in una lotta dell’intero popolo della sinistra, trasformando la bandiera No Tav in un simbolo nazionale.