Il rumore deciso della matita su una scheda elettorale si alterna, nella memoria di Zara Ferretti, con il fruscio dell’ago che trapassa la stoffa. Due gesti semplici, eppure capaci di diventare simboli di una grande emancipazione. In un'epoca in cui lavorare e votare erano appannaggio quasi esclusivo degli uomini, per lei, che di anni ne ha quasi 105, hanno rappresentato una libertà conquistata.
Rimasta orfana di padre in giovane età e segnata poi dalla dolorosa perdita di una sorella, ha dovuto farsi grande troppo in fretta per aiutare la famiglia. Oggi, se si prova a chiederle i dettagli di quel 2 giugno 1946, ci si accorge che le immagini di una giornata storica si muovono nella mente di Zara come ombre. Giorno dopo giorno, i nipoti hanno cercato con infinita pazienza di far rifiorire il passato, i cui contorni restano ormai sfocati. «Ero contenta di poter votare perché contava anche il nostro parere. Nessuno prima l’aveva mai chiesto, ma sono passati tanti anni» sussurra Zara con lo sguardo perso verso la finestra, come a voler rincorrere un'immagine sfuggita.
Zara Ferretti in una foto d'epoca
«Ho più memoria del mio lavoro. Mi piaceva molto, avevo sempre intorno giovani ragazze a cui insegnavo il mestiere». La storia, prima di quel giugno, l’aveva fatta attendere. Il 10 marzo del 1946, quando le donne italiane furono chiamate alle urne per la prima volta, Zara fu esclusa. Era nata il 21 ottobre 1921 e non aveva ancora i 25 anni necessari. Fu il referendum, quando bastava la maggiore età dei 21 anni, che le aprì finalmente le porte dei seggi. Se il voto nel tempo è diventato qualcosa di automatico, ma mai scontato per lei, della sua professione da sarta va particolarmente fiera. Due aspetti dell’emancipazione femminile di cui è testimone. Mentre poche donne lavoravano o lo facevano tra le mura domestiche, lei andava addirittura in trasferta.













