Il 2 giugno del 1946, mia madre aveva 27 anni e per la prima volta andò a votare. Nonostante la guerra, era già laureata in materie scientifiche (farmacia e matematica). Compilò due schede elettorali: una per il Referendum (Monarchia o Repubblica), l’altra per eleggere i membri dell’Assemblea costituente. Poteva esprimere quattro preferenze. Votò Repubblica e diede il suo voto a tre donne, il quarto a un uomo. In quella domenica soleggiata si sentì felice.

Nella povera Lucania avrebbe vinto la Monarchia, come in gran parte del Sud, mentre al Nord sarebbe accaduto il contrario. La nuova Italia -con buona pace delle donne e degli uomini meridionali più illuminati- dalle macerie della guerra, nasceva divisa e squilibrata. L’unità richiedeva l’impegno che non ha trovato.

Per le aree depresse del Mezzogiorno, doveva bastare la riforma agraria, utile a creare una debole classe media da usare come argine alle rivendicazioni comuniste, mentre il rilancio dell’economia sarebbe stato delegato allo Stato, la polizza assicurativa per gli interessi terrieri e quelli d’oltreoceano. L’imprenditoria locale avrebbe vissuto di sussidi a pioggia senza progetto, la povertà sarebbe stata consolata dalle pratiche di sottogoverno e dalla speculazione edilizia, la cultura avrebbe garantito il patriarcato. Il progresso toccava al Nord, come l’industrializzazione. Del resto, il momento richiedeva accelerazioni: solo il Nord possedeva le infrastrutture e il tessuto industriale. Per il tessuto sociale, invece, soprattutto per le donne che avevano subito la guerra, ma che finalmente poteva scegliere? L’equilibrio non è mai diventato una priorità. Sia per il Sud, sia per il ruolo femminile nel nostro Paese.