Che cosa ci si aspettava, dalle donne, quel 2 giugno 1946? Che andassero in poche a votare, tanto nuovo era quel diritto, testato solo alle amministrative di un paio di mesi prima. Che votassero come diceva il prete – i comunisti erano preoccupati – o come diceva il marito, fino ad allora unico legittimo detentore di una coscienza politica. Niente di tutto quel che ci si aspettava, o che si temeva, avvenne. Emozionate, con un filo di rossetto sulle labbra, con l’abito buono, le scarpe migliori, le borsette strette al petto, i figli per mano, le italiane andarono a votare al referendum che doveva decidere tra monarchia e Repubblica consapevoli che qualcosa cambiava per sempre. Quel che cambiava, era il loro destino. Lo raccontano le cronache di quegli anni, rievocate in queste settimane da libri come La promessa (Rizzoli) di Marianna Aprile, o Voto alle donne! La storia di una battaglia dalle suffragette alla Costituente (Einaudi) di Mario Avagliano e Marco Palmieri. Sono preziosi perché disseppelliscono le testimonianze di allora, ricordano l’emozione, la consapevolezza di un Paese che si era appena liberato dal fascismo e si stava inventando una storia nuova. E lo sono soprattutto perché ci permettono di fare paragoni con l’oggi.