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Redazione 27esima

Da Risorgimento al 1946: come si è arrivati al suffragio femminile. Le promesse mai mantenute della classe politica maschile

«Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne». Così recitava un titolo del Resto del Carlino del 31 gennaio 1945. Il governo provvisorio dell’Italia liberata ha appena varato una legge, il decreto Bonomi dal nome del presidente del Consiglio, che estendeva il diritto di voto alle donne. E a volte si ha l’impressione che certi pregiudizi e certe difficoltà non siano stati sepolti affatto. Assieme a una facile tendenza al benaltrismo quando si parla di diritti delle donne. Nei giorni in celebriamo l’ottantesimo anniversario del riconoscimento di questo diritto – il 2 giugno 1946 le donne partecipano per la prima volta alle elezioni politiche con il referendum in cui si era chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica – dobbiamo registrare purtroppo anche il dato di un’elezione amministrativa in circa a 750 comuni italiani in cui la rappresentanza femminile è stata la più bassa degli ultimi 5 anni: solo 9 candidate su 86 nei 18 capoluoghi di provincia.

Ma la storia del voto alle donne è segnata è da passi avanti, passi indietro, promesse non mantenute, stereotipi che si mettono di traverso. Già dall’Unità di Italia, quando lo Statuto Albertino fu esteso a tutta la Penisola togliendo quei diritti che alcuni territori già prevedevano. Del resto, la formula “i cittadini dello Stato” escludeva le donne fin dal testo.