Il 2 e la mattina del 3 giugno 1946, milioni di donne in tutta Italia sono in fila davanti ai seggi elettorali. In qualche caso, soprattutto nelle grandi città, l’attesa è di ore, e qualcuna, come la scrittrice Sibilla Aleramo, preferisce posticipare il voto. Torna a casa, poi di nuovo al seggio, per restare «tre ore e mezzo pigiata fra la folla» prima di deporre nelle urne le schede. Qualcuna ha ritirato dall’armadio l’abito buono, qualche altra ha acquistato una camicetta o un vestito nuovi ma, attenta alle indicazioni giunte da più parti, ha rinunciato al filo di rossetto nel timore di macchiare le schede, e dunque annullarle, al momento di sigillare il lembo gommato.
La volontà di esserci e di contare, esercitando quella porzione di sovranità garantita dal voto, trovano soddisfazione nell’inedita veste dell’elettrice: identità proiettata sulla dimensione corporea ed estetica, sull’abito nuovo indossato per presentarsi decorosamente ai seggi e per celebrare una giornata per molte memorabile. Con il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea costituente si gettano le fondamenta del nuovo Stato e i principi del suo governo, si disegnano i contorni del progetto democratico. (...)












