«Sentivano la gioia di essere finalmente libere, come italiane e come donne, e quella scheda su cui mani incerte o sicure tracciavano una croce era per loro un simbolo di democrazia, di libertà e di aspirazioni finalmente realizzate». Così Nilde Iotti ricordava la prima volta delle donne al voto il 2 giungo 1946. Ma in Italia, come in molti altri Paesi, questa conquista non fu universale. Classe sociale, istruzione, origine etnica e perfino reputazione morale continuarono a influenzare l’accesso al voto e, quindi, alla partecipazione politica delle donne. In alcuni Stati, il suffragio femminile fu accompagnato da esclusioni mirate verso categorie di donne considerate moralmente indegne o incapaci di esercitare una piena cittadinanza. La storia del suffragio femminile è quindi anche la storia delle donne che rimasero escluse e che furono costrette a continuare la loro lotta in minoranza.
Il caso italiano: le prostitute schedate
In Italia il diritto di voto alle donne fu riconosciuto con il decreto legislativo n. 23 del 1° febbraio 1945. Tuttavia, l’articolo 3 del provvedimento prevedeva un’importante eccezione: erano escluse dal voto le prostitute schedate che esercitavano il meretricio «fuori dei locali autorizzati». Pur essendo cittadine italiane, queste donne venivano considerate moralmente indegne di partecipare alla vita politica del Paese. Questa discriminazione ebbe comunque vita breve. La disposizione fu infatti abrogata nel 1947, eliminando una delle prime limitazioni al suffragio femminile italiano.












