È stato schernito per le sue proposte ritenute bizzarre, è morto in povertà dopo che i suoi tre progetti di legge per il diritto di voto alle donne e per il riconoscimento della loro capacità giuridica erano rimasti lettera morta: il deputato Salvatore Morelli (1824 - 1880), originario di Carovigno in provincia di Brindisi, è tra i pochi uomini a essersi espressi per un suffragio che fosse davvero universale. Una visione troppo moderna, nel secondo Ottocento, per essere compresa.Maria Castaldo, 82enne quasi cieca e madre di nove figli, vota per la prima volta nella sua vita ad Anzio.Proprio per questo merita di essere ricordato, al fianco delle donne definite sprezzantemente “morelliste”, e bene fanno Mario Avagliano e Marco Palmieri a citarlo nel loro puntuale lavoro sulla storia dell’approdo al voto femminile, uno dei libri pubblicati per celebrare l’80° anniversario del 2 giugno 1946. È importante partire da quei primi pionieristici tentativi per capire una volta di più quanto sia stata lunga, faticosa, esasperante la lotta per una conquista arrivata solo nel 1945. Accanto a nomi che sono nel pantheon delle battaglie femminili quali Teresa Labriola, Anna Maria Mozzoni, Anna Kuliscioff, e con loro le coraggiose esponenti dei comitati pro suffragio di inizio Novecento, affiora la voce del repubblicano Roberto Mirabelli («la donna ha ragioni economiche, civili, intellettuali, morali, religiose nello Stato e – direttamente o indirettamente – partecipa a tutte le battaglie della vita. E perché, dunque, deve esserle interdetta la scheda, che è il mezzo più potente per far valere le ragioni sue?»). Una voce, anche questa, troppo all’avanguardia per essere ascoltata, e respinta con sdegno da Giolitti.Il volume segue i congressi delle donne, le petizioni, gli articoli di giornale, le divisioni di quella stagione: ne emerge un vivissimo fermento destinato però a non raccogliere risultati. E quando nel Primo dopoguerra sembra che la spinta aumenti – a guardare alcuni segnali come l’abolizione dell’autorizzazione maritale (1919) e il passaggio dell’autunno 1919 alla Camera che pare poter cogliere l’obiettivo – il buio del fascismo incalzante soffocherà presto ogni sforzo e progresso, reprimendo il dissenso con arresti e condanne al confino (vedi Lina Merlin e Camilla Ravera), relegando le donne al ruolo di mogli e madri.Per tornare a parlare di diritto di voto bisognerà aspettare ancora due decenni. Nella Resistenza le donne non rimangono inerti, si organizzano e mostrano sul campo l’attivismo e la tenacia delle emancipazioniste del primo Novecento: le pagine di questo volume ne restituiscono il coraggio e la determinazione. La stessa tenacia guida tante di loro in mesi cruciali a cavallo tra il 1944 e il 1945, all’interno del comitato nazionale pro voto. Il diritto a decidere del proprio destino andando alle urne non era più procrastinabile, ne sono consapevoli anche i leader dei due maggiori partiti del dopoguerra, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Dopo la prova generale delle amministrative di primavera, saranno elette ventuno candidate all’Assemblea Costituente (ciascuna, con la propria storia ed esperienza, rappresenta le istanze di tutte le italiane) che lasceranno il segno sulla Carta: le Madri, accanto ai Padri.Altri due libri usciti per l’80° anniversario della Repubblica guardano, dopo il racconto (più sintetico) di questa lunga fase, sino ai nostri giorni. Francesco Clementi, nel suo Cittadine a metà, lo fa riflettendo sulle implicazioni dei passi avanti compiuti negli ultimi decenni e ponendo il problema cui siamo messi – qui e ora – tutti di fronte: la sfida alla democrazia lanciata dagli algoritmi. L’autore si sofferma sulle cosiddette “azioni positive” a vantaggio delle donne previste da una legge del ’91 (al fine di «colmare i divari di fatto, non solo vietare discriminazioni esplicite»). Ricorda la riforma costituzionale dell’articolo 51 della Carta (2003) nel quale viene esplicitamente indicato l’impegno a promuovere le pari opportunità anche «con appositi provvedimenti». Un’idea già emersa nella riforma del Titolo V, nel passaggio che impone alle leggi regionali di «rimuovere ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne». Sono sollecitazioni alla concretezza e all’effettività del principio cardine della Costituzione, rafforzate anche da sentenze della Corte costituzionale. Il punto è, osserva acutamente l’autore, che «la partecipazione effettiva richiede non solo regole d’ingresso, ma anche garanzie di permanenza e di sicurezza, perché la presenza femminile non si costruisce senza un ambiente che riconosca legittimità e protegga l’esercizio del mandato». Una riflessione che chiama in causa il potere degli algoritmi e i potenziali danni di sistemi digitali che, se non governati con rigore, sono in grado di pregiudicare il processo democratico e ampliare le distorsioni di genere.Infine Marianna Aprile, nel suo La promessa, s’interroga: “Le ragazze stanno bene?”. Da quel 1946 sono stati raggiunti traguardi allora inimmaginabili: basti pensare a due donne leader, l’una a capo del governo, l’altra alla guida del principale partito dell’opposizione. Ma forse si tratta di risultati più individuali che collettivi e il processo di miglioramento delle condizioni delle donne nel nostro Paese rimane largamente incompiuto. Lo certificano i dati dell’occupazione femminile, del gender pay gap, della decrescita della natalità (dovuta alla mancanza di servizi e di supporto anche economico alle madri), della violenza. Temi sui quali, le risposte della politica non sono all’altezza, semplicemente perché essi non sono stati – e non sono – prioritari nell’agenda dei governi. A ciò, osserva Aprile, si aggiunge il calo costante della partecipazione elettorale femminile così come della rappresentanza delle donne in Parlamento, che si ferma al 33 per cento. La realtà è che le donne non sono un elettorato di riferimento né destinatarie di una proposta politica organica. Il che comporta che le più giovani, più istruite, meglio inserite nel mondo del lavoro, più coinvolte nell’associazionismo, abbiano “cominciato a fare da sé”, cercando di incidere come possono sul loro spazio d’azione. Per l’autrice, tuttavia, quello che sembra un fallimento è in realtà una «forma di resistenza e manutenzione quasi silente dei fondamentali. (...) Un modo per farsi trovare pronte quando, e succederà, qualcuna avrà il coraggio di fare promesse nuove e la forza di mantenerle». Speriamo solo non si debbano aspettare altri 80 anni.