Il borbottio dell’acqua bollente in cui cuoce la pastasciutta è un canto di libertà. “Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo, ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore”. Ottantatré anni dopo, le parole di Alcide Cervi, continuano a segnare il confine fra la libertà e la democrazia, conquistate a carissimo prezzo nei terribili anni ‘40 del secolo scorso, e un presente che vede rispuntare, come fiori maleodoranti di una palude mefitica, le folli idee che portarono all’ecatombe della Seconda guerra mondiale. I discendenti del Msi sono al governo, Donald Trump è alla guida di una nazione che dispone di arme terrificanti, le destre estremiste stanno conquistando proseliti in tutta Europa, dai neonazisti di Afd in Germania ai lepenisti in Francia, mentre la spesa per le armi si impenna e sembra sempre più un’Idra dalle cento teste che tutto distrugge.

Era il 25 luglio 1943 quando, alla notizia della caduta di Mussolini, la famiglia Cervi preparò chili e chili di pasta per offrirli alla popolazione affamata di Campegine, nel reggiano. Due quintali e mezzo di farina per tirare la sfoglia, poi cotta nei grandi paioli della latteria sociale Centro Caprara, tanto burro e parmigiano reggiano a neve... Quell’appuntamento sarebbe diventato nel tempo un evento quanto mai simbolico, un riferimento potente per continuare a promuovere i valori democratici e l’impegno antifascista. La guerra non era finita, anzi stava per sconvolgere gran parte della penisola, con migliaia e migliaia di morti, immani distruzioni e una lotta, come quella partigiana, che avrebbe letteralmente conquistato, sia pure a prezzi altissimi, chilometro dopo chilometro il centro nord del paese. Ma in quella giornata e nelle ore appena dopo la caduta del governo di Mussolini era festa. Sembrava che tutto fosse finito: venti anni di dittatura, tre anni di guerra, miseria, sopportazione e soprusi ad opera di un regime violento e prevaricatore come quello fascista.