di Benedetta Moro

Il 25 luglio 1943 una famiglia di agricoltori di Campegine (Reggio Emilia) cucinò 380 chili di maccheroni per festeggiare la destituzione di Mussolini. Da allora quella pasta è diventata un simbolo della Resistenza e della Liberazione

La Liberazione passa anche attraverso il cibo, e soprattutto il burro, quell’ingrediente con cui nella Bassa Emiliana si celebrò la fine del lungo e sofferente periodo della dittatura mussoliniana. Il 25 luglio del 1943, giorno della destituzione e dell’arresto di Mussolini, una famiglia di agricoltori di Campegine, nel Reggiano, i fratelli Cervi, decise di celebrare con una grande pastasciutta condita solo con il burro e il Parmigiano presi a credito dal caseificio del paese. Una pasta che è diventata la pastasciutta antifascista per eccellenza, simbolo anche della Liberazione, avvenuta il 25 aprile del 1945.

Maccheroni burro e ParmigianoI Cervi prepararono 380 chili di maccheroni per festeggiare quella che stava per diventare la fine di un incubo iniziato 21 anni prima ma che non era ancora del tutto terminato. Perché, come ha ricordato poi il papà dei sette fratelli Cervi, Alcide, nel suo libro I miei sette figli, la guerra purtroppo sarebbe continuata. E i suoi sette figli, attivi nella Resistenza sin dalla firma dell’Armistizio l’8 settembre 1943, sarebbero stati uccisi il 28 dicembre di quello stesso anno al Poligono di tiro di Reggio Emilia per una rappresaglia della Guardia Nazionale Repubblicana. Anche per questo i loro maccheroni burro e Parmigiano sono diventati il simbolo del «più bel funerale che si potesse fare al fascismo», come affermò ancora papà Alcide.