Il primo capitolo del “Manifesto della cucina futurista”, pubblicato nel 1930 a firma di Filippo Tommaso Marinetti, garrulo aedo del fascismo fin dal tempo dei Fasci di combattimento, si intitola “Contro la pasta asciutta”. Essa è una “assurda religione gastronomica italiana” che provoca scetticismo e fiacchezza. Insomma, la pastasciutta poco si addiceva a un popolo di “combattenti di terra, di mare e dell’aria” evocati dieci anni dopo da Mussolini, quando annunciò l’entrata in guerra dell’Italia. Prevalse – per fortuna – l’ironia della storia: quando, il 25 luglio 1943 cadde il fascismo, per festeggiare l’evento Alcide Cervi, padre dei sette figli, organizzò una gigantesca pastasciutta (maccheroni rigorosamente conditi con burro e parmigiano) per i cittadini del suo paese, Campegine.
La ricorrenza da tempo è stata ripresa dall’Istituto Cervi e dall’ANPI celebrando quel 25 luglio in centinaia e centinaia di località con altrettante pastasciutte. Un’occasione – certo – in memoria della caduta del fascismo, ma anche per riflettere al presente del presente, proponendo quest’anno il tema dell’applicazione della Costituzione (va da sé la sua difesa) da ogni punto di vista, a cominciare dalla riforma della legge elettorale che prefigura maggioranze farlocche che non corrispondono alle reali percentuali di voto, indicazioni del futuro presidente del Consiglio che mettono sui binari un tram chiamato premierato, parlamentari scelti oculatamente dalle segreterie dei partiti.







