Se la Spagna ha vinto due Mondiali e tre Europei negli ultimi diciott’anni, è perché in un giorno di agosto del 1973 i calciatori dell’Ajax si riunirono e votarono come loro capitano l’ala sinistra Piet Keizer. La squadra olandese era di gran lunga la più forte in circolazione in Europa, reduce da tre successi consecutivi in Coppa dei Campioni. Keizer si aggiudicò la fascia avendo ottenuto più preferenze rispetto al capitano uscente, Johan Cruijff, all’epoca forse il miglior giocatore del pianeta. Quest’ultimo – personalità dominante in campo e fuori – non la prese bene. La leggenda narra che telefonò subito a suo suocero, l’uomo d’affari Cor Coster, chiedendogli di attivarsi: «Voglio andarmene da qui. Portami al Barcellona». Pochi giorni dopo era in Catalogna con un nuovo contratto firmato.

La validità del nesso causale tra quell’episodio di cinquantatré anni fa e le fortune odierne delle «Furie Rosse» è evidentemente estremizzata, ma non si può negare che lo sbarco di Cruijff abbia segnato l’inizio di una nuova epoca per il calcio spagnolo. Prima come calciatore, dal 1973 al 1978, e poi soprattutto come allenatore, dal 1988 al 1996, l’olandese ha portato al Barcellona una precisa ideologia calcistica fondata su possesso palla, pressing alto, organizzazione, intelligenza e audacia. «Giocare a calcio – diceva – è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia».