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Domenica sera la Spagna ha vinto i Mondiali maschili di calcio battendo 1-0 in finale i campioni in carica dell’Argentina. Negli ultimi diciotto anni aveva vinto anche un altro Mondiale, nel 2010, e tre Europei, nel 2008, nel 2012 e nel 2024. In questo lasso di tempo nessun’altra nazionale ha vinto di più. E la cosa impressionante è che la Spagna ci è riuscita quasi sempre allo stesso modo, cioè con un centrocampo fortissimo che controlla il gioco, un’ottima fase difensiva e attaccanti che fanno gol quando serve.

E dire che fino a una ventina d’anni fa la Spagna era una nazionale sì talentuosa, ma inconcludente: aveva vinto solo gli Europei del 1964, e poi null’altro. Se ha iniziato a vincere, è frutto di un radicale cambiamento del modo di concepire e insegnare il calcio nel paese, che dà risultati molto presto. Basta pensare che nella finale contro l’Argentina c’erano due 19enni in campo, titolari: il difensore Pau Cubarsí, che ha vinto il premio di miglior Under 21 del torneo, e Lamine Yamal, già considerato da tempo uno dei migliori calciatori al mondo.

La Spagna, infatti, non ha sempre giocato il calcio tecnico e raffinato che conosciamo oggi, basato sul possesso palla, sul controllo del ritmo e su un pressing continuo. Fino agli anni Ottanta puntava su uno stile più duro, più fisico e più diretto, che le valse il soprannome di Furia Roja. Poi Johan Cruijff arrivò a cambiare la cose.