La Spagna è campione del mondo per la seconda volta dopo il titolo conquistato nel 2010 in Sudafrica e con la Roja ha vinto anche il calcio, a lungo maltrattato in una manifestazione segnata dalla politica, dall’arroganza, dal business sfrenato e dal servilismo dei suoi dirigenti, versione zerbino di fronte il trumpismo. Ha vinto il calcio perché poi l’ultima parola spetta al campo e la nazionale di De da Fuente ha aspettato il minuto 106 per piazzare la stoccata vincente, con Ferran Torres, sull’assist di testa di Nico Williams, contro un’Argentina in dieci per l’espulsione di Enzo Fernandez al tramonto dei tempi regolamentari e letteralmente stremata.

La Roja ha gestito il gioco in lungo e largo, con il 65% di possesso palla, ma la statistica che certifica in assoluto i meriti dei nuovi campioni del mondo è quella dei tiri: 20-2 quelli complessivi, 12-0 quelli nello specchio della porta. L’Argentina ha rinunciato a giocare, puntando sui rigori dopo il terzo approdo ai tempi supplementari, ma stavolta è andata male alla Selecciòn: la sassata di Ferran Torres ha evitato alla Spagna la beffa della lotteria dal dischetto.

Nel trionfo di una nazionale portatrice oggi del calcio più moderno e spettacolare del pianeta, c’è il congedo di un campione leggendario come Leo Messi. I 39 anni inchiodano il fuoriclasse argentino alla legge del tempo. Messi saluta da vicecampione del mondo, con 8 gol nella classifica cannonieri, 4 assist e giocate che hanno trascinato l’Argentina all’atto conclusivo. Un addio triste, ma non si può andare contro le leggi della natura e contro quelle del calcio. La Spagna, in cui si è costruita la favola e la carriera di Messi, merita il primo posto sul podio sulla scia di un mondiale iniziato a fari spenti con lo 0-0 il 15 giugno contro Capo Verde, ma poi diventato una marcia irresistibile, con il gioiello della lezione rifilata alla Francia in semifinale.