Non sono un tifoso di calcio. Lo confesso senza imbarazzo. Eppure mi sono ritrovato a seguire la finale dei Mondiali 2026, meritatamente vinta dalla Spagna, con entusiasmo vero e, sia durante la partita che nel corso della premiazione, sono rimasto colpito dalla straordinaria giovane età dei calciatori spagnoli.Volti freschi, ragazzi, molti dei quali sotto i venticinque anni, eppure già capaci di reggere il peso della competizione più importante del Pianeta. In quel momento ho avuto la sensazione di assistere non soltanto alla vittoria di una nazionale, ma all’affermarsi di un modello.Ho ripercorso la loro storia scoprendo che per loro questo Mondiale è soltanto l’ultimo anello di una collana di successi che nessun’altra selezione è riuscita neppure ad avvicinare negli ultimi vent’anni. Andando a ritroso le Olimpiadi del 2024, gli Europei del 2024, la Nations League del 2023, gli Europei del 2012, il Mondiale del 2010 e gli Europei del 2008. Una continuità impressionante che, secondo me, non può essere spiegata con la generazione fortunata di turno o con il talento di qualche fuoriclasse.E così procedendo nella mia ricognizione, ho verificato che la Spagna ha investito con metodo nei settori giovanili, ha costruito una rete diffusa di accademie e centri di formazione, ha condiviso principi tecnici e culturali. Certo, La Masia del Barcellona resta il caso di scuola più celebre e simbolico, ma sarebbe un errore ridurre tutto a quel laboratorio straordinario. Il successo spagnolo nasce da un ecosistema che coinvolge federazione, club, tecnici e territori.Non è un caso che la nazionale campione del mondo presenti una delle età medie più basse del torneo. Significa che il sistema produce talenti, ma allo stesso tempo garantisce anche un ricambio continuo.Emblematica poi la figura del commissario tecnico Luis de la Fuente. Prima di arrivare sulla panchina della nazionale maggiore ha trascorso oltre un decennio all’interno del sistema federale, guidando Under 19, Under 21 e Under 23 e accompagnando la crescita di molti dei suoi giocatori fin dall’adolescenza. Conosceva Pedri, Lamine Yamal e gran parte del gruppo prima ancora che diventassero stelle internazionali, confermando la centralità dei vivai dove i giovani vengono inseriti presto nelle prime squadre e imparano ad assumersi responsabilità.E così mentre la federazione spagnola raccoglie i frutti di una programmazione ventennale, il nostro calcio attraversa una crisi certificata dalla terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali. Le società di Serie A continuano troppo spesso a preferire giocatori esperti o stranieri già formati, mentre i giovani italiani vengono parcheggiati in una lunga catena di prestiti che ne rallenta la crescita. L’impressione è che manchi soprattutto una filiera che colleghi il calcio di base, i vivai, le nazionali giovanili e la selezione delle grandi squadre, con la consapevolezza che i mondiali si cominciano a vincere nei campetti di periferia, nelle scuole calcio, nei centri federali, nelle scelte coraggiose di dirigenti e allenatori che sanno guardare oltre il prossimo campionato.La speranza è che la nuova guida del calcio italiano sappia cogliere questo insegnamento e rilanciare davvero il sistema dei vivai, in modo che il Mondiale del 2030, che si giocherà tra Spagna, Portogallo e Marocco, possa diventare l’occasione per verificare se l’Italia avrà finalmente trovato il coraggio di ricostruire il proprio futuro calcistico partendo dai giovani.
Coltivare i talenti: dai Mondiali l’esempio spagnolo
Ha investito con metodo nei settori giovanili, ha favorito il ricambio: ha costruito un ecosistema virtuoso












