Pubblicato il: 22/07/2026 – 20:35
di Giorgio Curcio
REGGIO CALABRIA Se le quasi due tonnellate di cocaina lasciate in mare al largo di Catania, pronte per essere recuperate da soggetti calabresi, avevano acceso i riflettori sul traffico di droga tra Calabria e Sicilia, a metterci un punto esclamativo è stata la nuova operazione coordinata dalla Dda di Reggio Calabria contro il presunto sodalizio dedito al narcotraffico e ritenuto funzionale agli interessi della cosca Alvaro di Sinopoli. Protagonisti, periodi e procedimenti sono differenti ma, ad unire le due inchieste, di fatto è lo stesso scenario: lo Stretto come corridoio percorso dalla droga, dai corrieri e dal denaro. Qui, però, entrano in gioco “pezzi da 90” della criminalità organizzata calabrese come la potente cosca degli Alvaro di Sinopoli. Fatti e circostanza che emergono dalle oltre mille pagine dell’ordinanza firmata dalla gip Elsie Clemente attraverso numerose consegne dirette verso Palermo e Catania.
La rotta oltre lo Stretto
Non grandi carichi importati direttamente dal Sudamerica, ma partite più contenute e continue, destinate ad alimentare il mercato siciliano. La cocaina, secondo l’accusa, veniva custodita tra Sinopoli e Sant’Eufemia d’Aspromonte, caricata su automobili spesso prese a noleggio e trasportata in Sicilia attraverso una rete nella quale ciascuno avrebbe avuto un compito preciso: organizzatori, corrieri, staffette e uomini incaricati di riscuotere e riportare in Calabria il denaro. È questo il secondo livello del presunto sistema ricostruito dagli investigatori: dopo l’approvvigionamento e lo stoccaggio, la sostanza sarebbe stata distribuita attraverso viaggi organizzati lungo l’asse Villa San Giovanni-Messina. Le auto utilizzate per le consegne viaggiavano raramente da sole. Davanti al veicolo con la cocaina, secondo la ricostruzione accusatoria, si muoveva spesso una seconda macchina con funzioni di “staffetta”, incaricata di verificare l’eventuale presenza di pattuglie e posti di blocco. Raggiunta la destinazione, la droga veniva consegnata agli acquirenti e il denaro seguiva la strada inversa, tornando nell’area di Sinopoli e Sant’Eufemia. Il sistema emerge con chiarezza dai singoli episodi contestati, dalle intercettazioni e dai riscontri ottenuti attraverso lettori di targhe, telecamere, localizzazioni satellitari e arresti in flagranza.









