I dettagli del blitz contro gli Alvaro che ha portato alla luce le rotte del narcotraffico con i boss che dalle celle del carcere di Siracusa gestivano la cocaina dal Sudamerica

REGGIO CALABRIA – Non è una novità, ma la notizia suscita sempre clamore e meraviglia: ci sono boss che riescono a gestire i loro affari anche quando sono in stato di detenzione. La maxi operazione, coordinata dalla procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, dai carabinieri della compagnia di Palmi e dal Nucleo Investigativo del Gruppo di Gioia Tauro e scattata all’alba di ieri -35 le persone arrestate- ha confermato quella che è diventata una quasi normalità. Attraverso l’uso della tecnologie con il supporto umano di congiunti o sodali i capi danno indicazioni, impartiscono ordini, consigliano le strategie.

La cosca Alvaro di Sinopoli nella persona di un suo esponente, a questa possibilità non rinunciava. I particolari dell’operazione scaturita da un’indagine dei militari dell’arma, sviluppatasi in due diverse fasi, sono stati raccontati in una conferenza stampa convocata dal capo della procura reggina, Giuseppe Borrelli.

Ed è stato proprio il capo dell’ufficio dei pm della città dello Stretto a raccontare un particolare significativo: alcuni leader del gruppo erano in grado, nonostante fossero detenuti nel carcere di Siracusa, a rapportarsi con l’esterno. E’ stata la rigorosa analisi di alcune chat a consentire la scoperta. Secondo quanto ricostruito, due detenuti avevano avuto a disposizione un telefono criptato. Per precisione, giusto dire che la tecnica era in uso non solo al clan di Sinopoli, ma anche ad altre cosche.