Pubblicato il: 09/06/2026 – 14:20

di Paola Suraci

REGGIO CALABRIA Cocaina e marijuana in conto vendita, consegne quindicinali, debiti da ventiseimila euro saldati a rate. Non era solo Reggio Calabria la destinazione finale della droga che transitava dal deposito di via Siclari Concessa, nascosto tra la vegetazione nel quartiere di Catona. Secondo quanto emerge dall’ordinanza di applicazione di misura cautelare, emessa dalla Gip del Tribunale di Reggio Calabria, Giuseppina Laura Candito, i due grossisti al centro dell’inchiesta — Rocco Delfino, detto «Rocco/l’italiano», e il suo braccio destro Alessio Curatola — rifornivano anche piazze in Sicilia. A svelarlo è una conversazione intercettata, riportata nell’ordinanza come elemento di prova: Delfino, rivolgendosi a Massimo Bevilacqua, uno degli indagati di vertice dell’associazione di rione Marconi, avrebbe detto con orgoglio che la sua droga la dava «solo per Messina, per Catania, per Palermo, per Africo». Una geografia del narcotico che scavalca lo Stretto.

Il terminale calabrese

L’inchiesta, nata nel 2023, ha ricostruito il funzionamento di una piazza di spaccio organizzata nel rione Marconi di Reggio Calabria — la cosiddetta «saletta» di via Sbarre Superiori 8 — gestita dalla famiglia Bevilacqua con una struttura piramidale e turni rigidi. Ai vertici, secondo l’accusa, c’era Patrizio Bevilacqua, detto «Tattatà»; dopo il suo arresto la gestione sarebbe passata al fratello Massimo. Ma la «saletta» era solo il terminale. Il vero nodo logistico era il magazzino di Concessa-Catona, dove Delfino e Curatola gestivano gli approvvigionamenti all’ingrosso. Da quel deposito — già perquisito con il sequestro di cocaina, marijuana, hashish e bilancini di precisione — partivano forniture regolari verso i Bevilacqua con cadenza «pressoché quindicinale», in partite solitamente da 50 grammi di cocaina più quantitativi variabili di marijuana.