Ogni processo nasce da una domanda difficile: è possibile arrivare ad una decisione giusta? Una domanda così complessa non può essere affidata ad una sola fase processuale. È per questo che l’ordinamento prevede più gradi di giudizio: non soltanto come garanzia per il cittadino, ma anche e soprattutto come forma di responsabilità della giustizia verso sé stessa.Il sistema delle impugnazioni nasce proprio per offrire alle parti la possibilità di sottoporre la decisione a un nuovo controllo, correggere errori, verificare la tenuta logica e giuridica della sentenza, impedire che una pronuncia ingiusta diventi irrevocabile.I gradi di giudizio non sono un lusso processuale: servono all’imputato, alla persona offesa e alla collettività. Il primo giudice ricostruisce il fatto, il giudice d’appello lo rivaluta, entro i limiti dell’impugnazione, la Corte di Cassazione assicura il rispetto della legge e l’uniformità dell’interpretazione. È un equilibrio delicato, che tiene insieme difesa, legalità, controllo e ragionevole durata del processo, quale principio indefettibile, fortemente voluto ed inserito in Costituzione.Tuttavia, il problema nasce quando questo equilibrio si incrina e si affatica, quando il processo, da sequenza ordinata di atti, si trasforma in sequenza potenzialmente indefinita di decisioni, annullamenti, rinvii, nuove decisioni e nuove impugnazioni. La garanzia cambia volto: non rassicura più, ma disorienta, non correggendo soltanto l’errore, ma producendo instabilità.Ciò accade ancor più quando lo stesso fatto attraversa l’iter processuale venendo incasellato in pronunce dagli esiti diametralmente opposti: il cittadino fatica a comprendere come la stessa vicenda possa dare vita a decisioni tra loro contraddittorie, finendo quasi per pensare che a governare non sia il diritto, ma la discrezionalità.A rendere il quadro ancora più complesso vi sono poi le scelte del rito. Può così accadere che vicende tra loro collegate, o posizioni soggettive nate dal medesimo fatto storico, approdino a risultati differenti.Naturalmente, il contrasto tra decisioni non è di per sé patologico. Ma non tutto ciò che è fisiologico, se ripetuto all’infinito, resta anche ragionevole.Dimentichiamo troppo spesso che la giustizia reale non vive nell’astrazione, vive nella vita delle persone e nella percezione collettiva della legalità. Una sentenza che arriva dopo tanti e troppi anni, o dopo troppe oscillazioni, rischia di essere percepita non come approdo, ma come tappa provvisoria.Questo non significa sostenere che un’assoluzione debba essere sempre intangibile. Esistono assoluzioni sbagliate, così come esistono condanne sbagliate. Tuttavia, quando un giudice di merito assolve con formula piena, dopo avere valutato il fatto e la prova, il sistema dovrebbe interrogarsi con particolare rigore prima di rimettere tutto in circolo. L’annullamento con rinvio, soprattutto dopo una pronuncia assolutoria, dovrebbe restare uno strumento di correzione eccezionale, non il meccanismo attraverso cui il processo ricomincia ogni volta da capo.Occorrerebbe riflettere seriamente sul perimetro dell’annullamento con rinvio, per evitare che il giudizio di legittimità diventi, nei fatti, l’anticamera di un processo senza fine.Difendere i gradi di giudizio è giusto, difendere il controllo sulla decisione è necessario, ma difendere le garanzie significa anche impedire che esse si trasformino in una forma di instabilità permanente.