La grazia è uno dei meccanismi di bilanciamento tra poteri dello Stato previsti dalla Costituzione. È un atto discrezionale (non esiste un diritto alla grazia): la legge non fissa criteri ma si limita a prevedere un «parere motivato» dell’autorità giudiziaria, lasciando la decisione al presidente della Repubblica. È quindi un potere eminentemente politico, che può essere esercitato per motivi umanitari ma non per sovvertire l’esito di un giudizio o peggio per far apparire legittimo ciò che non lo è.
Eppure la vicenda di Mario Roggero, il gioielliere condannato per duplice omicidio volontario con il minimo della pena grazie alla concessione di due attenuanti (la provocazione e le generiche, avendo parzialmente risarcito le famiglie delle vittime) è particolarmente scivolosa e rischia di spaccare il Paese. Siamo infatti di fronte a un caso chiarissimo dal punto di vista giudiziario: due gradi di merito e il processo di legittimità hanno escluso oltre ogni ragionevole dubbio l’esimente della legittima difesa e hanno escluso l’ipotesi dell’eccesso colposo di legittima difesa (una reazione sproporzionata dovuta alla paura), ritenendo non credibile la ricostruzione in base a cui il gioielliere ha sparato perché pensava che i banditi avessero rapito la moglie. Roggero era scosso per la rapina subita (quindi pena diminuita di un terzo) ma ha sparato a tre persone in fuga, alle spalle, accanendosi poi su un uomo già a terra. I giudici di Appello, poi, hanno ulteriormente ritoccato la pena, rivedendo al ribasso gli aumenti per la continuazione (i quattro reati successivi al primo): e dunque da 17 anni si è scesi a 14 anni e 9 mesi.










