Il caso del gioielliere Mario Roggero sta assumendo contorni che vanno ben oltre la vicenda giudiziaria. A sorprendere non è tanto il dibattito sulla severità della pena, quanto l'uso politico che si sta facendo dell'istituto della grazia, con conseguenze potenzialmente pericolose per l'equilibrio tra i poteri dello Stato.

Ha destato stupore l'atteggiamento del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha lasciato intendere una disponibilità a percorrere la strada della grazia. Un'impostazione opportunamente ricondotta entro i confini costituzionali dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha ricordato un principio elementare: la grazia è una prerogativa del Capo dello Stato e non può essere trasformata in terreno di competizione politica o di ricerca del consenso.

Ancora più discutibile è l'iniziativa del centrodestra di promuovere una raccolta di firme per chiedere la grazia. La grazia è un atto individuale, eccezionale, che tiene conto di particolari esigenze umanitarie e non può essere ridotta a un referendum emotivo. Trasformarla in una mobilitazione popolare significa svilirne la natura costituzionale e alimentare l'idea che le sentenze possano essere corrette sulla base del consenso.