La condanna definitiva a quattordici anni e nove mesi del gioielliere Mario Ruggiero ha riacceso, come era inevitabile, il dibattito sulla legittima difesa e sulla sicurezza dei cittadini di fronte alla criminalità. Sui social è già partita la sentenza alternativa: lo Stato protegge i delinquenti, chi si difende finisce in carcere, i giudici vivono fuori dalla realtà. È uno schema collaudato, che funziona, in particolare in questa contingenza storica, perché parla alla pancia del Paese. Ma è anche uno schema profondamente sbagliato.
Comprendere umanamente un uomo che ha subito rapine, che ha vissuto nella paura e che ha reagito in una situazione drammatica è doveroso. Assolverlo contro la legge è un’altra cosa. E proprio qui sta il punto che troppi fingono di non vedere.
La legittima difesa non è un premio per la vittima. Non è una licenza di uccidere chi ha appena commesso un reato. Non è la legittimazione della vendetta. È una causa di giustificazione rigorosamente delimitata dalla legge. Esiste finché esiste un pericolo attuale. Quando il pericolo finisce, finisce anche la possibilità di invocarla. Se così non fosse, il diritto cesserebbe di essere diritto e diventerebbe la certificazione della giustizia privata. È una distinzione che può apparire fredda, ma è la colonna portante dello Stato di diritto. Lo Stato moderno nasce proprio nel momento in cui sottrae ai cittadini il potere di punire. La vittima non può trasformarsi in giudice ed esecutore della pena. Se accadesse, torneremmo alla legge del più forte.












