Dopo la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi, il gioielliere Mario Roggero perde i diritti politici legati all’interdizione dai pubblici uffici. Intanto il centrodestra invoca la grazia, ma la procedura è lunga e non produce effetti automatici.

Mario Roggero (foto da Facebook)

La condanna definitiva di Mario Roggero non chiude soltanto una delle vicende giudiziarie più discusse degli ultimi anni. A poche ore dalla decisione della Cassazione, il caso è già diventato terreno di scontro politico. Da un lato Matteo Salvini ha annunciato che chiederà al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la grazia per il gioielliere di Grinzane Cavour; dall'altro, esponenti di Futuro Nazionale hanno rilanciato l'idea di una sua candidatura, trasformandolo nel simbolo della battaglia per una riforma della legittima difesa. Sono però due ipotesi che, almeno allo stato attuale, si scontrano con quanto prevede la legge.

Perché Roggero non può candidarsi Con la pronuncia della Corte di Cassazione la condanna è diventata irrevocabile: 14 anni e 9 mesi di reclusione per l'uomo che, il 28 aprile 2021, dopo aver subito una rapina nella propria gioielleria, inseguì i tre malviventi in fuga, uccidendone due e ferendone un terzo. Per i giudici non si è trattato di legittima difesa, perché la reazione armata è avvenuta quando il pericolo immediato era ormai cessato. La pena detentiva non è l'unica conseguenza della sentenza. Per una condanna di questa entità il codice penale prevede infatti anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, una pena accessoria che comporta la perdita dei diritti politici. In concreto significa che Roggero non può votare né essere eletto e, di conseguenza, non può presentarsi come candidato a elezioni politiche, amministrative o regionali. È proprio questo il motivo per cui le ipotesi di una sua candidatura avanzate nelle ultime ore da alcuni esponenti politici non sono praticabili: prima ancora del dibattito politico, c'è un ostacolo giuridico che deriva direttamente dalla sentenza definitiva. La grazia non è una scorciatoia Diverso è il tema della grazia, rilanciato subito dopo la sentenza da Salvini, che ha chiesto al presidente della Repubblica di intervenire parlando di una condanna "profondamente ingiusta". La grazia, però, non è un provvedimento che scatta automaticamente e non può essere concessa nel momento stesso in cui arriva una condanna. Al contrario, può essere presa in considerazione solo quando il processo è concluso in via definitiva, come avvenuto ora con il pronunciamento della Cassazione. Da questo momento può essere presentata un'istanza dal condannato, dai suoi familiari o dal difensore, ma anche il Ministero della Giustizia può attivarsi autonomamente. La domanda apre un'istruttoria durante la quale vengono acquisiti gli atti del processo, le valutazioni dell'autorità giudiziaria e tutti gli elementi ritenuti utili per esprimere un parere. In sintesi, solo al termine di questo percorso il fascicolo arriva sul tavolo del presidente della Repubblica, al quale spetta la decisione finale attraverso un decreto controfirmato dal ministro della Giustizia. Non esistono tempi prestabiliti: l'esame può richiedere mesi e, in alcuni casi, anche molto più tempo.