In uno Stato costituzionale c’è un confine che non dovrebbe mai essere oltrepassato: quello che separa il diritto dalla convenienza politica. Eppure, nel dibattito sulla possibile concessione della grazia a Mario Roggero, quel confine sembra essere diventato sempre più sottile, fino quasi a scomparire. Non è tanto il merito della vicenda a destare preoccupazione, quanto il metodo. Perché quando un istituto straordinario come la grazia viene trascinato sul terreno dello scontro politico, il danno rischia di andare ben oltre il singolo caso.

L’apertura dell’istruttoria da parte del Ministero della Giustizia in un momento in cui, tra l’altro, le motivazioni della sentenza definitiva, emessa dalla Corte di Cassazione, non risultavano ancora depositate, ha inevitabilmente alimentato interrogativi di natura istituzionale. Non perché il ministro sia privo del potere di avviare gli accertamenti preliminari, ma perché tempi e contesto incidono sul significato politico degli atti. Se, nello stesso momento, esponenti della maggioranza, capigruppo parlamentari e dirigenti di partito sollecitano pubblicamente l’avvio della procedura, la grazia finisce per apparire come la risposta alle pressioni della politica, anziché come l’esito di una rigorosa valutazione costituzionale.