Il sangue del G8 ha venticinque anni. Claudio Novaro, avvocato torinese da sempre in prima linea nella tutela dei movimenti sociali, in quel luglio 2001 si trovò al centro della tempesta: assistette quindici manifestanti torturati a Bolzaneto e fece parte del Genoa Legal Forum, il pool di avvocati che monitorò le piazze in quei giorni funesti e ne guidò la successiva, lunghissima battaglia giudiziaria nei tribunali. Avvocato Novaro, lei arrivò a Genova con un'esperienza già solida nella difesa delle aree più esposte della protesta, dagli anarchici alla Pantera. Cosa vide in quelle piazze?«Ci andai insieme a una quarantina di colleghi. Avevo qualche perplessità, ma quella che sarebbe diventata mia moglie mi convinse a superarle: partimmo per Genova insieme. Il 20 luglio mi scontrai con una realtà incomprensibile: vidi i caroselli degli autoblindo che inseguivano i manifestanti, la violenza di piazza, le teste fracassate. La morte di Giuliani. Sono rimasto a Genova anche il giorno dopo, poi sono tornato a recuperare i miei bambini a casa dei miei genitori in Valle d'Aosta. Mentre tornavamo a Torino, i colleghi mi hanno telefonato: “Siamo davanti a una scuola che si chiama Diaz, la polizia ha circondato tutto lo stabile, non si capisce cosa stia succedendo”. Il lunedì successivo mi arrivarono gli avvisi per le udienze di convalida degli arrestati». Lei si trovava lì quando Carlo Giuliani fu ucciso?«Sì, avevamo la sede degli avvocati a 50 metri da piazza Alimonda. Il cellulare iniziò a squillarmi all'impazzata. Mi dissero che era morto qualcuno lì vicino, che avevano sparato a un ragazzo. Corsi lì con un collega, ma la polizia ci cacciò: “Siete avvocati di chi? Se nessuno vi ha nominato non intervenite”. Ricordo il passaggio dell'infermiera per soccorrere Carlo, che ormai stava morendo. In Italia, l'uso legittimo delle armi viene sempre invocato in questi casi e quasi sempre i poliziotti vengono assolti. Ma per un fatto così grave fai un'archiviazione invece di un processo? Santo cielo. Io da avvocato l'ho trovato gravissimo». Che cosa si trovò di fronte in quelle aule di tribunale?«Ragazzi devastati nel fisico e soprattutto psicologicamente. Ricordo due giovani spagnoli di area anarchica: erano abituati a mostrarsi duri, antagonisti, ma quel giorno sembravano dei pulcini bagnati. Mi mostrarono le schiene: erano completamente viola per le manganellate, e a uno avevano tagliato i capelli con un coltello a Bolzaneto. Eppure, tremando, mi dissero: “Siamo caduti dalle scale”. Avevano paura delle ritorsioni. La giudice, inizialmente diffidente, al quarto racconto identico sulle torture si fermò e disse: “Avvocato, io scarcererò tutti quanti, manderò una segnalazione in Procura. Lei li porti subito in ospedale a fare i referti perché non è possibile che in un Paese come l'Italia succedano queste cose”». Bolzaneto rimase una scatola nera per giorni. Come fu possibile dal punto di vista legale?«Ci fu un provvedimento generale firmato dal procuratore capo di Genova che dispose la sospensione totale dei colloqui tra gli arrestati e i difensori. Una misura del tutto illegittima: lo puoi fare solo di fronte a specifiche esigenze di indagine o di pericolosità su singoli individui, non come sbarramento collettivo. Questo divieto rese la Bolzaneto un luogo completamente impermeabile all’esterno per tre o quattro giorni, permettendo che si consumasse quel macello al riparo dagli occhi del mondo». Nel processo Diaz lei si occupò in particolare della questione delle bottiglie molotov ritrovate dentro la scuola. Come la affrontò?«In primo grado ci fu un’assoluzione generale che ci lasciò nello sconforto. In appello, grazie al lavoro della nostra segreteria legale, che si occupò di visionare e montare i tanti video acquisiti agli atti unitamente ai tabulati telefonici, cercai, insieme ad altri colleghi di parte civile, di rafforzare la tesi della Procura, tesa a dimostrare che quelle bottiglie furono portate nella scuola dalla Polizia per addebitarle a tutti gli arrestati e giustificare così il massacro. Ma il timore che lo Stato facesse quadrato attorno ai suoi apparati e che in Cassazione finisse male c'era». Considerato che molti reati sono finiti in prescrizione, qual è oggi il bilancio finale della giustizia?«Scandaloso. C'è stata un'asimmetria insostenibile. Da un lato, manifestanti condannati fino a 12 e 13 anni di carcere per il reato di “devastazione e saccheggio”, che punisce i danni ai beni materiali: condotte gravi, certo, ma pur sempre vetrine sfondate. Dall'altro, i funzionari di polizia che hanno ridotto in fin di vita dei ragazzi la scamparono quasi tutti, tranne che per il falso ideologico. E la cosa più grave è che, nelle more tra il primo e il secondo grado, lo Stato ha premiato quegli imputati con incrementi di stipendio e avanzamenti di carriera straordinari». Al di là dell'amarezza per le sentenze, resta l'impatto sulle vie di chi c'era. Qual è la testimonianza che porta dentro con più forza?«Quella di un ragazzo francese esile, massacrato di botte a Bolzaneto perché la polizia sosteneva falsamente avesse lanciato molotov. Subì traumi psicologici devastanti, ma riuscimmo a farlo assolvere dimostrando la calunnia degli agenti grazie ai video. Il destino però fu beffardo: nel 2006 tornò in Italia per il processo e la polizia lo prelevò all'alba in albergo. Il Prefetto di Genova nel 2001 si era dimenticato di revocare il decreto di espulsione collettivo, e il suo nome era spuntato fuori durante i controlli per le Olimpiadi invernali. Lui era ormai tragicamente serafico, abituato a quell'assurdità». Oggi smartphone e bodycam basterebbero a impedire una nuova Genova?«Se il G8 era già "iper-monitorato", oggi la tecnologia è un pilastro della difesa. Io stesso porto sempre un televisore in aula: i video restituiscono l'oggettività dei fatti contro le esagerazioni delle parti. Nel processo sui disordini di Torino per l'arrivo di Salvini, ad esempio, le bodycam hanno dimostrato che alcune cariche erano solo uno "sfogo" degli agenti, senza ordini superiori, portando all'assoluzione collettiva dei manifestanti. Ma oggi emergono nuove ombre: l'intelligenza artificiale rischia di rendere le prove manipolabili». Proprio perché a Genova l'assenza di una norma specifica pesò enormemente sui processi, nel 2017 la politica ha finalmente introdotto il reato di tortura: si può considerare una vittoria dello Stato di diritto?«È una vittoria monca. Il nostro ordinamento ha partorito un unicum internazionale: la tortura è stata introdotta come reato comune, che può commettere chiunque, e non come reato proprio del pubblico ufficiale che abusa del suo potere, come prevede la convenzione Onu. È una legge lacunosa, piena di paletti complessi, e l'attuale clima politico spinge persino per depotenziarla o abolirla. Sarebbe l'azzeramento definitivo dell'eredità della Diaz». Secondo lei c'è un prima e un dopo Genova?«In realtà no, ed è questa la nota dolente: ci ritrovo evidenti elementi di continuità con il prima e con il dopo. Genova stupisce per la scala globale, ma la retorica della mela marcia è un'idiozia: quelle pulsioni c'erano già. Derivano dal meccanismo per cui il manifestante smette di essere un soggetto portatore di diritti e diventa solo un nemico politico da abbattere. È stata una vicenda con numeri talmente iperbolici e scandalosi che mi fa dire, ancora oggi, solo una cosa: spero con tutto il cuore che resti un fatto unico e del tutto irripetibile».