Racconta Vittorio Agnoletto che nella notte dell’irruzione alla Diaz, la scuola genovese diventata simbolo delle violenze delle forze dell’ordine del G8 del 2001, nelle luci blu delle sirene delle camionette si sentì «terrorizzato per la prima volta nella vita, solo contro la forza bruta che aveva sostituito lo Stato: chiamai il vice capo della Polizia Ansoino Andreassi per chiedergli cosa stessero facendo, e mi fece capire non poteva farci più di tanto, avevano deciso persino senza di lui».
A 25 anni dal vertice che Amnesty International ha definito «la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale», l’allora portavoce del Genoa Social Forum prova a mettere in fila i ricordi di allora e i temi di oggi, la lezione di quel movimento e l’evoluzione delle piazze. L’anniversario di quel luglio del resto è l’occasione per ricordare con un nuovo libro (Il G8 di Genova, Ieri, oggi, domani, tab edizioni, presentazioni oggi e domani a Roma, mercoledì a Genova a Music for Peace), ma anche per rilanciare. «I ragazzi di oggi non hanno più sulle spalle il peso della nostra storia, e sanno lottare per il proprio futuro».
Agnoletto, perché è così prezioso ricordare, 25 anni dopo?












