Mark Covell, il giornalista quasi ucciso durante l’irruzione alla Diaz, racconta le 14 ore di coma, la ricerca della giustizia e il “Code Blue” dei poliziotti rimasti impuniti. A 25 anni dal G8 di Genova, una testimonianza che risuona come un monito profetico per la democrazia italiana.
Sono passati venticinque anni dai fatti del G8 di Genova del 2001, ma le ferite di quei giorni faticano a chiudersi, diventando parte integrante e dolorosa della memoria collettiva italiana. Per Mark Covell, allora giovane videoreporter freelance britannico per Indymedia UK, il vertice si è trasformato in un incubo personale che ha segnato la sua vita e quella della sua famiglia per sempre. Quasi ucciso durante la brutale irruzione nella scuola Diaz, Covell ha affrontato un coma di 14 ore, danni fisici incalcolabili e un disturbo da stress post-traumatico con cui convive ancora oggi. Mark, facciamo un salto indietro nel tempo per chi oggi legge la tua storia per la prima volta. Nel luglio del 2001 eri un giornalista freelance di Indymedia. Qual era esattamente il tuo ruolo a Genova nei giorni del G8, perché ti trovavi proprio nei pressi della scuola Diaz quella notte e cosa è accaduto nei primissimi istanti dell’irruzione della polizia?















